Military Subjects: Organization, Strategy & Tactics

The Italian Military in the Napoleonic Wars 1792-1815

By: Virgilio Ilari

L’epoca napoleonica è stata interpretata dalla storiografia italiana quasi esclusivamente come fase della “nascita di una nazione” e come prodromo del Risorgimento. Tale implicito ideologico ha condizionato anche le poche ricerche storico-militari, dedicate soprattutto alle glorie dei soldati italiani sotto le aquile imperiali. Finora, solo la storiografia militare inglese (e ora anche americana) ha affrontato la questione del ruolo strategico della Penisola Centrale del Mediterraneo nella guerra mondiale del 1792-1815 [v. ad es. Sir Charles Oman, A History of the Peninsular War, 1902, e Piers Mackesy, The War in the Mediterranean 1803-10, 1956]. In realtà guardare alla storia nazionale dall’esterno, dal punto di vista delle grandi nazioni impegnate in un conflitto decisivo per il dominio del futuro, relativizza la “storia civile”, incentrata sul punto di vista della classe dirigente del Risorgimento, l’unica, tra quelle delle nazioni dell’Europa occidentale sottomesse dalla Francia, a considerare Napoleone come un liberatore e non come un oppressore.

Per cinque secoli, fino alla fine del XX, l’Italia è stata caratterizzata sotto il profilo strategico da due regioni distinte, una alpina e padana, soggetta alle grandi guerre continentali, e una appenninica e peninsulare, soggetta alle guerre mediterranee. Scomparsa la potenza spagnola, dal 1707 al 1815 la cooperazione tra l’Armata sabauda e la flotta inglese, resa precaria dalla tutela francese su Genova, fu  l’unica cerniera tra le due regioni strategiche. Come le precedenti guerre del Settecento, anche quella della Prima Coalizione (1792-97) fu essenzialmente continentale, e fu solo nel 1796-97 che il ritiro della Prussia e l’eccellenza militare di Napoleone fecero per la prima volta dell’Italia Settentrionale un fronte più importante di quello renano-danubiano. La guerra della Seconda Coalizione (con l’offensiva austro-russa del 1799 e la controffensiva francese del 1800) fu l’unica delle guerre napoleoniche ad essere militarmente decisa nella pianura padana.

A partire dal 1803 l’asse del conflitto si spostò nel Mediterraneo, coinvolgendo le sue tre grandi penisole settentrionali (Balcanica, Italiana e Iberica) e determinando la loro storia politica e sociale. La sinergia tra potere navale e insurrezione nazionale impedì la grande marcia franco-russa sulla Via della Seta, sognata da Napoleone per colpire la base indiana della potenza inglese; il logoramento imposto dalla Royal Navy vanificò le vittorie terrestri, apparentemente decisive, e minò il consenso della plutocrazia continentale, tutelata dal code civil ma rovinata dal blocco continentale e dal contrabbando inglese irradiato dalle basi insulari del Mediterraneo. L’Austria e le correnti liberali del governo inglese cercarono di sollevare anche in Italia una “guerra nazionale” contro Napoleone, facendone una “seconda Spagna” sotto l’autorità morale del papa (che nel 1808 gli inglesi cercarono invano di prelevare da Roma e fu per questo deportato a Savona). Ne mancavano però le condizioni sociali, perché proprio l’insorgenza popolare del 1799 aveva schierato la nuova classe dirigente italiana dalla parte del nuovo ordine francese. E, anche sul piano militare, la fiammata del 1809, accesa dal Tirolo e dalla Calabria, fu soffocata dalla mancata cooperazione anglo-austriaca e dalla fulminea campagna di Wagram. L’atteggiamento della classe dirigente italiana mutò solo nel 1813, quando il conflitto entrò nella sua fase finale, e quando sembrò possibile una liberazione dal dominio francese senza la restaurazione degli antichi sovrani. Ma neanche allora, diversamente dalla Germania, l’Italia andò oltre l’attesa passiva e puramente illusoria di un’impossibile iniziativa inglese, promessa dal comandante in capo del Mediterraneo (Lord William Bentinck), ma sconfessata dal suo governo, che preferiva lasciare l’Italia al protettorato austriaco per dedicarsi alla penetrazione nelle colonie spagnole del Sudamerica.            

Dopo la tenace resistenza austro-sarda sulle Alpi Marittime (1792-96) e le grandi battaglie del 1796-97 (Montenotte, Arcole) e del 1799-1800 (Trebbia, Genova e Marengo), in Italia si svolsero solo campagne secondarie, per il forzamento del fronte austriaco nel 1805 (Adige) e nel 1809 (Isonzo) e per la difesa del bastione orientale dell’Impero nel 1813-14 (culminata nell’ultima vittoria franco-italiana sul Mincio), ma anche uno sciame di operazioni costiere (soprattutto nel Basso Tirreno ma anche nell’Alto Adriatico), tipiche della guerra di logoramento. Le operazioni maggiori furono, nel 1806, la rotta napoletana di Campo Tenese, l’ostinata difesa di Gaeta, la fortuita ma ben propagandata vittoria inglese di Maida, l’occupazione francese della Dalmazia; nel 1807 quella delle Ionie e la nuova rotta napoletana di Mileto, mentre gli inglesi erano impegnati contro i turchi in Egitto e a Costantinopoli; nel 1808 la riconquista francese della Calabria e di Capri; nel 1809 la dimostrazione anglo-siciliana nel Golfo di Napoli; nel 1810 la conquista  inglese di parte delle Ionie e l’abortito tentativo murattiano di sbarco in Sicilia (sabotato dallo stesso Napoleone, che mirava solo a impedire il trasferimento di forze inglesi dalla Sicilia alla Spagna); nel 1811 la distruzione della flotta franco-italiana a Lissa.

La presenza militare francese nella Penisola fu mediamente di circa 100.000 uomini, cioè da un sesto a un quarto delle forze terrestri. Due terzi erano stanziati nell’Italia settentrionale, dove nel 1805, 1809 e 1813-14 fu riattivata l’Armée d’Italie (1793-1801). Dal 1806 al 1811 fu stanziata nell’Italia Meridionale la seconda Armée de Naples (presto ridotta da 61.000 a 35.000 uomini, di cui 10-12.000 a Corfù, 10-18.000 in Calabria e 3.000 a Roma). Dal 1806 gli inglesi mantennero in Sicilia circa l’8-10 per cento delle loro forze terrestri, ossia da 13 a 23.000 uomini, inclusi però i 7.000 impiegati in Egitto nel 1807 e i 2.500 nelle Ionie nel 1809-14. Oltre a mantenere le truppe francesi, l’Italia fornì a Napoleone quasi mezzo milione di uomini (su tre milioni avvicendatisi nel 1800-14, di cui un terzo alleati e “nuovi francesi”). I dipartimenti italiani dell’impero fornirono almeno 130.000 soldati e 10.000 marinai, il Regno italico 200.000 e 10.000 e il Regno di Napoli 100.000 e 10.000 (in queste cifre sono però inclusi 10.000 dalmati, 5.000 corsi e altri 20.000 francesi ed esteri al servizio italico o napoletano). Circa 250.000 - un quinto dei napoletani, oltre metà degli italici e quasi tutti gli italiani “francesi” – furono impiegati fuori della Penisola.

Pure gl’inglesi ebbero però al loro servizio almeno 10.000 soldati e marinai italiani (Sicilian Regiment a Malta e in Egitto, Army Flotilla di Messina, Calabrian Free Corps e Italian Levy impiegati nelle Ionie, in Catalogna e in Liguria), senza contare 17.000 alleati borbonici (che fornirono 6.500 uomini per la spedizione del 1809 nel Golfo di Napoli, 2.300 per la Catalogna nel 1812-13, 4.500 per la marcia su Genova nel 1814 e 7.773 per lo sbarco a Napoli nel 1815) e – indirettamente – 30.000 volontari borbonici insorti nel 1806-09, 30.000 volontari siciliani e i 4.000 regolari e 11.500 provinciali sardi che mantenevano neutrale la Sardegna. Alla battaglia di Trafalgar (dove fu mortalmente ferito anche l’ammiraglio spagnolo, il palermitano Gravina) presero parte 306 marinai italiani, 153 con Nelson e altrettanti coi francesi. All’opposto della Francia, l’Inghilterra finanziò lo sforzo militare dei suoi alleati: il sussidio alle forze siciliane raggiunse 3,6 milioni di sterline (circa 65 milioni i franchi) in dieci anni, pari all’1.6 per cento delle spese di guerra inglesi del 1793-1815. Appena 80.000 sterline furono invece sufficienti per il contingente sardo di 15.000 che, subito dopo Waterloo, partecipò alle operazioni e poi all’occupazione austriaca in Savoia, nel Delfinato e in Provenza. Migliaia di emigrati, prigionieri e disertori italiani combatterono infine al servizio spagnolo, portoghese, austriaco e russo.

Il costo diretto pagato dall’Italia per le guerre del 1792-1815 si può stimare in circa 4 miliardi di franchi (314 miliardi di euro 2001, pari al 21 per cento del PIL 2007). Le spese militari della Repubblica Cisalpina (3,7 milioni di abitanti) e del Regno Italico (6,5 milioni dal 1810) furono nel 1796-1814 di circa un miliardo, di cui il 45 per cento per le forze terrestri e navali francesi, con un’incidenza media del 59 per cento sulle uscite del 1804-11. Nell’esercito italiano servirono circa 200.000 uomini con 5.000 ufficiali, inclusi 40.000 caduti e 50.000 disertori, con una forza media di 9.000 uomini e 1.500 cavalli sino al 1803, quando, con l’adozione della coscrizione obbligatoria, triplicarono a 24.000 e 3.500. Nel 1807 l’esercito italiano contava 33.763 uomini, di cui 15.279 all’estero, contro 79.096 francesi stanziati nel Regno. Nel 1809 le cifre erano rispettivamente di 50.000, 20.464 e 37.356 e nel settembre 1813 l’esercito italiano raggiunse il picco massimo di 73.000 uomini, di cui 36.816 all’estero. Ancora nel gennaio 1814 erano nel Regno 70.000 soldati napoleonici: 45.025 (di cui 19.438 italici), con 4.100 cavalli e 52 cannoni, nell’Armée d’Italie, 11.575 negli ospedali e 14.473 nelle piazze assediate di Osoppo, Palmanova, Peschiera e Venezia. Oltre la metà dei 200.000 italici furono impiegati all’Elba (1802-14), nel Regno di Napoli (1803-05 e 1806-07), in Dalmazia (1806-09), a Corfù (1807-14), sulle coste della Manica (1803-05) e di qui in Germania (1806-07), in Austria e Tirolo nel 1809, in Spagna nel 1808-13 (30.183), in Russia nel 1812 (27.397, inclusi 1.900 dalmati) e di nuovo in Germania nel 1813 (28.400). Degli 85.980 uomini e 19.827 cavalli inviati in Spagna, Russia e Germania ne tornarono inquadrati appena 12.000 e 1.000. Presenti in molte grandi battaglie della Grande Armée e famosi per gli assedi di Colberg (1807), Gerona (1809) e Tarragona (1811), furono protagonisti a Maloyaroslavets (24 ottobre 1812), detta perciò “la battaglia degli italiani”. 

Le spese di guerra atterrarono le finanze napoletane già nel 1792, con oltre 50 milioni di franchi e altrettanti nel 1798. Altri 40 milioni furono spesi per mantenere il corpo d’occupazione francese in Puglia (1801-05),  70 per l’Armée de Naples (1806-11) e 400 per le forze di terra e di mare del Regno “francese” (5 milioni di abitanti): sotto Murat l’incidenza delle spese militari sul totale fu mediamente del 67 per cento. Malgrado una leva di 15.000 reclute, nel 1806 l’esercito borbonico poté mettere in campo solo metà dei suoi 30.000 effettivi, recuperandone poi 5.000 dalla Calabria e 2.000 da Gaeta, che, insieme ai 6.000 già in Sicilia formarono il nuovo esercito siciliano. Nel 1806 il nuovo esercito napoletano ne contava 15.000, di cui solo un terzo nazionali; nel 1808 arrivò a 26.000, ma dedotta l’aliquota passata al servizio spagnolo, scese sotto Murat a 21.000, per raggiungere nel 1813 il picco massimo di 69.000, inclusi 5 o 6.000 esteri. Truppe napoletane furono inviate a Corfù e nelle insalubri guarnigioni padane (1807) e laziali (1808-09) e in Tirolo (1809). Nei cinque reggimenti impiegati in Spagna transitarono 9.312 uomini, di cui 5.000, arruolati a forza tra dissidenti e delinquenti comuni, disertarono al nemico, trasportati poi dagl’inglesi in Sicilia. Una Divisione napoletana di 6.500 uomini (per metà esteri) fece parte nel 1810 dell’Armata di Scilla, perdendo 795 prigionieri nel disastroso sbarco a Sud di Messina. Un’altra di 8.515 uomini e 1.097 cavalli fu inviata in Polonia nel 1812, prendendo poi parte valorosamente alla difesa di Danzica (1813-14), e altri 3.338 e 930, partiti nel 1813, combatterono a Lützen e Bautzen. Dei 21.000 napoletani inviati all’estero ne rientrarono inquadrati circa 5.000. Almeno 10.000 napoletani, tra prigionieri rimasti fedeli ai Borbone e galeotti, furono infine deportati in Francia e adibiti a lavori forzati in porti e fortezze insalubri o in bonifiche e costruzioni stradali. Con un esercito di 60.000 uomini, troppi per le scarse risorse del Regno, Murat poté metterne in campo solo 25.000 nel 1814 e 30.000 nel 1815.        

I territori italiani annessi all’Impero formarono 4 “divisioni militari”: nel 1801 la 27e (Torino), nel 1805 la 28e (Genova) e nel 1809 la 29e (Firenze) e 30e (Roma). Il Regno italico ne formò 6 (Milano, Brescia, Mantova, Bologna, Ancona e Venezia) e il Regno di Napoli 5 (Napoli, Capua, Chieti, Barletta e Monteleone). Il territorio e le coste furono per la prima volta cartografati in modo sistematico, con criteri scientifici e a scopi militari, dagli ingegneri geografi francesi, che si avvalsero anche delle precedenti carte sarde, austriache e napoletane e delle “officine” topografiche di Milano e Napoli. Il sistema difensivo delle Alpi occidentali, creato dai Savoia nel corso del Settecento, fu smantellato, organizzando invece nuove linee difensive sul Tanaro, sull’Adige e infine sull’Isonzo, collegate da una rete terrestre e fluviale e appoggiate sulle piazzeforti primarie di Alessandria, Mantova e Venezia e le secondarie di Piacenza, Rocca d’Anfo, Peschiera, Legnago, Osoppo e Palmanova. Oltre a Genova e Venezia, basi navali minori furono create alla Spezia, a Livorno e ad Ancona, mentre Taranto, creata durante l’occupazione del 1801-02 come supporto per l’Armée d’Orient in Egitto, perse poi d’importanza rispetto a Corfù, acquisita nel 1807 e considerata fondamentale da Napoleone. Del tutto secondarie furono invece considerate le piazze e le basi meridionali (Gaeta, Napoli e la costa calabrese), ma le batterie costiere furono potenziate, integrate da stazioni telegrafiche (ottiche) e collegate al sistema di difesa del cabotaggio stabilito lungo le coste dell’Impero e del Regno Italico.

L’organizzazione militare dell’Italia fu attuata in parte dai ministeri imperiali e in parte dai ministeri della guerra e marina di Milano (1797-1814) e Napoli (1806-15). Al ministero italico si susseguirono il civile Birago (1797) e poi i generali Vignolle (1797-99), Polfranceschi (1800), Teulié (1801), Trivulzio (1802), Pino (1804), Caffarelli (1806), Danna (1810) e Fontanelli (1811-14); a Napoli il generale Dumas (1806), poi il corso Saliceti, anche ministro di polizia (1807), i generali Reynier, Campredon e Daure (1809), Tugny (1811) e il pescarese Macdonald (1814), lui pure, come Daure, amante della regina, sposata in esilio dopo la fucilazione di Murat. Le capacità logistiche della Penisola furono assai accresciute dall’adozione dei sistemi amministrativi francesi, dalla creazione di grandi imprese appaltatrici, dall’aumento dei collegamenti stradali e fluviali, e dallo stabilimento di caserme (516 nel solo Regno Italico, ridotte nel 1806 a 310, con una capienza di 100.568 uomini e 19.252 cavalli) e ospedali militari (8 nel Regno Italico e 15 nel Regno di Napoli, i principali, spesso con spezierie e scuole di medicina, a Torino, Alessandria, Genova, Milano, Mantova, Venezia, Ancona, Pescara, Taranto, Roma, Gaeta, Napoli, Cosenza, con bagni termali militari ad Acqui, Trescore, Abano, Porretta, San Giuliano, Casamicciola). Furono potenziate le manifatture d’armi bianche e da fuoco di Torino, di Gardone e Brescia (con una produzione di oltre 100.000 fucili nel periodo) e di Torre Annunziata (circa 40.000 armi da fuoco), le fonderie di cannoni e munizioni di Torino, Venezia, Napoli (Castelnuovo e Poggioreale) e della Mongiana (Aspromonte), più una nuova a Pavia con laboratorio sperimentale (che produsse 542 bocche da fuoco e pure razzi alla Congrève). Ai polverifici di Torino, Genova, Venezia, Roma e Torre Annunziata si aggiunsero quelli di Lambrate, Marmirolo, Spilamberto, Sant’Eustachio (BS) e Soriano (CS); arsenali e scuole tecniche del genio furono stabiliti ad Alessandria e Pavia, scuole d’artiglieria a Pavia e Capua. Arsenali navali furono mantenuti a Genova, Livorno, Napoli, Castellammare e Venezia: quest’ultimo, mal collegato al mare aperto, finì però per vanificare il controllo delle coste adriatiche e ioniche e impedire l’acquisizione di un vero potere navale.               

L’Italia produsse durante le guerre napoleoniche circa 15.000 ufficiali e 145 generali; in compenso 82 generali e forse 3.000 ufficiali stranieri servirono negli eserciti italiano e napoletano. L’esercito austriaco ebbe 27 generali di origine italiana (1 feldmaresciallo, 7 tenenti marescialli e 19 generali maggiori), incluso l’oriundo comasco Bianchi vincitore di Murat a Tolentino, più 17 (7 tenenti marescialli e 10 generali maggiori) provenienti dal servizio italiano e ammessi nel l814. Il trattato di Presburgo (1809) impose all’Austria di licenziare gli ufficiali veneti e trentini, divenuti sudditi di Napoleone. La celebre Francesca Scanagatta, milanese, fu, sotto l’identità del fratello, allieva all’Accademia militare di Vienna, valoroso tenente dei confinari croati all’assedio di Genova e infine pensionata dell’Austria nonché moglie prolifica di un ufficiale della guardia presidenziale italiana. Quindici italiani (11 piemontesi, 1 milanese, 1 elbano e due principi Borghese), 14 savoiardi e 2 nizzardi (Rusca e il maresciallo Masséna) raggiunsero il grado di generale nell’esercito francese; un savoiardo (Vittorio Sallier de la Tour) in quello inglese e altri quattro ufficiali sabaudi nel russo (il modenese Paolucci, ricordato da Tolstoi in Guerra e Pace, i piemontesi Galateri di Genola e Gianotti e il savoiardo Michaud de Beauretour). Il piemontese Bruno di Tornaforte comandò una brigata di cavalleggeri a Waterloo.

Passato da 174 ufficiali nel 1810 a 315 nel 1813, lo stato maggiore cisalpino-italico ebbe in tutto 65 generali: 17 di divisione e 35 di brigata e 13 aiutanti. I “regnicoli” erano 37 (11 + 18 + 8 nei tre gradi), contro 7 di altri stati italiani (2+2+3), 12 francesi (1+10+1), 5 corsi (1+4+0), 2 polacchi (1+1+0), uno svizzero (Mainoni) e un aiutante svedese (Tibell). Quattro (Teulié, Peri, il corso Orsatelli e il francese Levié) caddero in combattimento, e due morirono per cause di servizio (il dalmata Milossevich e il romano Schiazzetti). Nel 1813 l’esercito italiano contava 3.229 ufficiali in servizio attivo: benché Napoleone avesse riservato un quarto dei posti cisalpini ai francesi, la quota degli italofoni (inclusi corsi e dalmati) aveva raggiunto il 72 per cento degli ufficiali della guardia reale e il 52 dell’artiglieria, il 54 dei generali, il 40 per cento degli ufficiali superiori di fanteria e il 60 dei parigrado di  cavalleria. Nel 1816 il governo pontificio riconobbe 423 ufficiali ex-italici, 38 ex-francesi e 22 ex-napoletani.

La proporzione di stranieri era ancora più alta nell’esercito napoletano; nonostante gli esodi di ufficiali francesi avvenuti nel 1811 e 1814 a causa delle tensioni con la Francia e poi del passaggio nel campo degli Alleati, gli ufficiali stranieri che accettarono la “naturalizzazione” imposta da Murat nel 1815 erano ancora 620 (inclusi 130 di altri stati italiani, 300 francesi, 90 corsi, 30 delle Indie Occidentali, 20 svizzeri e 20 tedeschi). Nel 1813 gli ufficiali in servizio attivo erano in tutto 2.455, ma gli organici del 1815 ne prevedevano 3.333. I generali napoletani furono però oltre il doppio degli italici: ben 121 in dieci anni, inclusi 45 tenenti generali, 50 marescialli di campo e 26 aiutanti. I regnicoli furono però solo 56 (18+21+17), contro 51 francesi (22+23+6), 10 corsi (3+4+3) e 4 italiani (2+2+0).

Malgrado la provenienza da mestieri civili o dall’impegno politico di molti ufficiali nazionali e la ridotta leadership nei confronti delle truppe, e nonostante pochi fossero i generali in grado di comandare una Divisione (i milanesi Pino, Teulié e Bonfanti, il bresciano G. Lechi, il mantovano Peyri, il modenese Fontanelli, l’emiliano Zucchi, il romagnolo Severoli, il romano Palombini), le prestazioni professionali dello stato maggiore italico furono nettamente superiori a quelle del napoletano, un misto di ex-repubblicani del 1799, ex-borbonici e francesi in gran parte senza speranza di carriera nell’esercito imperiale. Con rare eccezioni (come Filangieri, Macdonald e Guglielmo Pepe), la massa dei generali fu scelta da Murat con promozioni balzane o clientelari o sconsiderati “acquisti all’estero” (incluso il pessimo affare di Giuseppe Lechi), allo scopo di comprare un effimero consenso. I frutti di questa politica furono i pronunciamenti militari del 1814 e l’opportunistica defezione dei generali manifestatasi già la sera stessa di Tolentino (suscitando la postuma indignazione dello storico francese Maurice Weil) e completata dalla convenzione di Casa Lanza che salvaguardava soprattutto gli interessi corporativi e personali dei militari ex-murattiani.

Nel gennaio 1799 l’Armée d’Italie contava appena 30.000 ausiliari indigeni (12.000 piemontesi, altrettanti cisalpini, 4.000 liguri e 2.500 romani), già militari di carriera sotto gli antichi regimi. L’offensiva austro-russa vanificò il richiamo della milizia provinciale piemontese e la leva comunale di 9.000 reclute cisalpine e 4.000 romane. Nel 1801 i resti delle truppe piemontesi furono incorporati nell’esercito francese, e nel 1802, con l’annessione, il Piemonte fu assoggettato alla coscrizione francese, con contingenti comunali sorteggiati fra le 5 classi più giovani dai 20 ai 25 anni. Con le successive annessioni, vi furono assoggettati anche l’Elba, la Liguria, Parma e Piacenza, la Toscana, l’Umbria e il Lazio; e i comuni costieri anche all’“iscrizione marittima” della “gente di mare”, il sistema francese per il reclutamento degli equipaggi navali. I dipartimenti italiani fornirono 105.000 coscritti: 75.000 Piemonte e Liguria (3.700 nel 1803-04, 34.000 nel 1805-12 e 37.000 nel 1813-14), 8.000 Parma e Piacenza, 14.000 Toscana, 8.000 Umbria e Lazio.

Il modello francese, poi adottato con varianti anche nei Regni d’Italia e di Napoli, limitava la ferma a 5 anni e prevedeva vari ammortizzatori sociali (come la surrogazione personale, il servizio in corpi privilegiati della guardia imperiale o reale e varie esenzioni) a favore dei ceti borghesi e benestanti. I contingenti venivano generalmente completati, sia pure in tempi più lunghi di quelli stabiliti, perché i refrattari erano rimpiazzati dai coscritti dello stesso comune che seguivano in ordine di sorteggio. Pur restando sempre assai elevato, il tasso di renitenza non fu comunque superiore a quello dei dipartimenti francesi e andò man mano attenuandosi sia per progressiva assuefazione, sia per effetto della dura repressione (rappresaglie economiche sulle famiglie e periodiche retate delle colonne mobili) combinata con periodiche amnistie per il recupero spontaneo dei renitenti e disertori. La diserzione si verificava in genere nel primo semestre di vita militare e finché le reclute non passavano le Alpi: solo in Spagna la diserzione di italiani (e soprattutto dei napoletani nel 1810) fu sistematicamente organizzata dalla resistenza spagnola e dai comandi inglesi. L’impiego oltralpe e oltremare era comunque l’aspetto più aborrito della coscrizione, la cui abolizione fu uno degli impegni sbandierati nel 1813 dalla propaganda alleata in Italia.      

Nel 1803 la coscrizione, con adattamenti della legge francese, fu introdotta anche nella Repubblica italiana: la riforma non fu voluta dalla Francia, ma dal vicepresidente Melzi, al duplice scopo di spurgare l’esercito dai mercenari e disertori professionali (riuniti in una “legione italiana” e subito spediti all’Elba) e dagli indisciplinati ausiliari polacchi (metà spediti a Santo Domingo e metà in Puglia) e di sgravare lo stato dal peso delle truppe francesi, attribuendo il compito di difendere la Repubblica ad una vera e forte “armata nazionale”. La riforma fu perciò fortemente osteggiata da Murat, allora comandante delle truppe in Italia, ma fu opportunisticamente accettata da Napoleone in vista della rottura della pace di Amiens, con l’intento – opposto a quello di Melzi – di impiegare i coscritti italiani all’estero (cominciando con l’invio di una Brigata in Puglia e di una Divisione all’Armata sulle coste della Manica) nonché nelle guarnigioni italiane più insalubri e micidiali (Mantova, Peschiera e Venezia), al fine di preservare le truppe francesi. In undici anni furono chiamati 159.466 coscritti italiani, di cui 31.200 nel primo triennio e 33.779 nel solo 1813: e inoltre 1.330 istriani, 9.566 dalmati e 8.067 marinai. 

Anche i Borbone avevano mobilitato l’esercito mediante leve limitate al solo Regno di Napoli, chiamando 12.000 miliziani nel 1792 e 86.000 scapoli sorteggiati fra 27 e poi “solo” 20 classi di età (16.000 nel 1794, 40.000 nel 1798 e 30.000 nel 1806). Nel “decennio francese”, oltre al reclutamento di almeno 10.000 ex-insorgenti e criminali comuni, furono chiamati 74.000 coscritti: 4.500 nel 1807 e 12.000 nel 1809 col vecchio sistema ridotto a 9 e poi 7 classi, e poi 10.000 nel 1810, 11.000 nel 1811, 18.000 nel 1812, 10.000 nel 1813 e 12.000 nel 1814 col nuovo sistema di tipo francese adottato nel 1810. L’iniquità sociale e la renitenza delle famiglie, e delle stesse autorità comunali, furono nettamente superiori a quelle verificatasi nei dipartimenti francesi e italiani della Penisola, tanto da indurre Murat ad abolire la coscrizione. In Sardegna e in Sicilia (già in passato esenti dalla coscrizione) non vi furono leve, ma solo milizie territoriali volontarie di 11.500 e 45.000 uomini, entrambe create nel 1808 col nome di Reggimenti provinciali sardi ed Esercito dei Volontari Siciliani.        

Alcuni reggimenti francesi, formati sulla base di truppe piemontesi (111e de ligne, 31e légère, 21e dragons, 26e chasseurs à cheval), liguri (32e légère), toscane e romane (113e de ligne, 28e chasseurs à cheval), continuarono anche in seguito a ricevere reclute italiane (ma non esclusivamente). Altri due (137e e 156e de ligne) furono formati nel gennaio 1813 da 5.500 guardie nazionali italiane, e volontari italiani formarono in seguito il 13e e 14e hussards e 4 squadroni del 3e e 4e gardes d’honneur. Due corpi volontari piemontesi (Légion du Midi e Tirailleurs du Po), creati nel 1803, combatterono ad Austerlitz e in Portogallo, dove nel 1811 furono riuniti per ricostituire l’11e légère. Altri speciali corpi italiani furono i Veliti e le Guardie d’onore di Torino e di Firenze. I renitenti dei Dipartimenti italiani, riuniti dapprima  nel 1er Régiment de la Méditerranée, formarono poi il 35e légère.

Passata da 25 battaglioni di guerra nel 1806 a 48 nel 1808, la fanteria di linea e leggera italiana ne contava 66 nel maggio 1813, ridotti a 37 in dicembre. Oltre ai 7 reggimenti di linea e ai 4 leggeri, ne esistevano però altri 10 di fanteria (fanteria, veliti e coscritti della guardia reale; dalmata; coloniale dell’Elba; 2 volontari; guardia di Milano; guardia sedentaria di Venezia; veterani e invalidi), 8 di cavalleria (guardie d’onore, dragoni della guardia reale, dragoni Regina e Napoleone e 1°-4° cacciatori a cavallo) e 4 d’artiglieria (guardia reale, a piedi, a cavallo e del treno), più il battaglione zappatori e 26 compagnie sciolte (2 di bersaglieri volontari e 24 dipartimentali di riserva). Nel luglio 1814 i corpi di linea furono immessi nell’esercito austriaco, formando 4 reggimenti di fanteria (N. 13, 23, 38 e 43), 4 battaglioni leggeri e 1 reggimento cavalleggeri (N. 7).

A seguito della creazione delle Province Illiriche (1809) il Battaglione leggero Istriano fu sciolto, mentre il Reggimento Dalmato continuò a far parte dell’esercito italico come corpo “estero”. Corpi esteri al servizio napoletano furono invece i Pionniers Noirs (Battaglione Real Africano) e il Reggimento Real Corso, divenuti nazionali (7° di linea e 1° leggero) rispettivamente nel 1810 e 1814. Nel 1815 l’esercito di Murat contava 20 reggimenti di linea (12 fanteria di linea e 4 leggeri e 4 di cacciatori a cavallo), 8 della guardia reale (granatieri; 1° e 2° veliti; volteggiatori; ussari; corazzieri; cavalleggeri; lancieri) e 4 tecnici (1° e 2° artiglieria di terra, del treno e zappatori), più l’artiglieria a cavallo della guardia reale, il reggimento veterani e 5 reggimenti provvisori formati con le guardie prefettizie (“compagnie provinciali”).

L’esercito siciliano contava nel 1808 un reggimento di granatieri della guardia reale, 8 reggimenti di linea (Estero, Reali Sanniti, Reali Presidi, Cacciatori Philipstahl, Valdimazzara I e II, Valdemone e Valdinoto), 3 battaglioni di granatieri di linea e 6 di cacciatori (Napoletani, Albanesi, Valdimazzara, Valdemone, Siculi e Calabro), 3 reggimenti cavalleria (Principe, Valdimazzara e Valdinoto), 4 brigate d’artiglieria a piedi e mezza a cavallo, 1 brigata pionieri, 1 reggimento di guarnigione e 4 compagnie di dotazione delle Isole minori. Nel 1812 Bentinck lo riordinò su 8 reggimenti fanteria (1°-3° Siciliano e 1°-5° Estero) e 3 di cavalleria (1°-3°), più 3 battaglioni autonomi (guardie reali siciliane e napoletane e reali granatieri).       

V. anche: Cappellani Militari. Gendarmeria. Guardia Nazionale. Guardia Reale. Legioni Provinciali. Marina da guerra. Scuole Militari.  

Cappellani Militari

La Napoletana e la Ligure furono le uniche repubbliche giacobine a mantenere i cappellani militari, incaricandoli anche della rieducazione democratica dei militari: l’adesione del clero “giansenista” teneva infatti in rispetto le correnti laiciste. Spingendosi più oltre del concordato del 15 luglio 1801, che riconosceva il cattolicesimo come la religione “della maggioranza dei francesi”, la costituzione italiana di Lione lo dichiarò “religione dello stato”. Nel 1802 furono ripristinati gli onori militari “agli atti esterni del culto cattolico” ed esentati dal servizio militare i ministri del culto. Nel 1803 fu Napoleone, nel quadro dei negoziati per il concordato italiano con l’arcivescovo di Milano Caprara, ad imporre al vicepresidente Melzi, cattolico ma fedele al regalismo giuseppino, di estendere l’esenzione ai seminaristi. In cambio l’episcopato italiano si impegnò a predicare il dovere cristiano di adempiere agli obblighi di coscrizione, mentre furono nominati i primi 20 cappellani reggimentali, incaricati anche di favorire l’ambientamento delle reclute e di tenere corsi d’istruzione elementare. Nell’esercito ne servirono 52 e in marina e nelle truppe istriane e dalmate 11, tutti dalmati e uno cattolico di rito greco-ortodosso.

La cappellania maggiore napoletana, ereditata dal nuovo Regno francese, fu sostituita nel 1807 dalla carica di primo elemosiniere, attribuita all’arcivescovo di Napoli cardinale Firrao. L’elemosiniere della guardia reale fu l’abate benedettino Giovanni Vincenzo Battiloro, già cappellano della 4a mezza brigata italica. Il cappellano era previsto in tutti i corpi e ospedali militari e sulle maggiori unità navali.

A. Viello, I cappellani militari del Regno Italico (1803-1814), tesi di laurea, Università Cattolica di Milano, A. A. 2002-2003.     

Gendarmeria

La gendarmeria, forza militare specialmente addetta al controllo delle strade e alla repressione del banditismo, fu, col codice civile e l’amministrazione provinciale, una delle istituzioni più importanti esportate dalla Francia napoleonica e conservata dalla restaurazione. Le gendarmerie del triennio giacobino (romana, piemontese, ligure, napoletana) reclutate fra i patrioti, riflettevano la fase rivoluzionaria della gendarmerie nationale, cessata però con la riforma del 1798 che la sottopose ai prefetti. Fu questo il modello esteso all’Italia a partire dal 1801, e fu in particolare il generale Radet, emarginato dalla gendarmeria imperiale, a riformare la gendarmeria italica nel 1805 e ad impiantare la napoletana (1806). Passato alla storia per l’arresto di Pio VII (1808), vedeva la gendarmeria come uno strumento di controllo sociale e di appoggio alla rivoluzione borghese contro i vecchi ceti dominanti.

Contrapposta ufficialmente ai preesistenti e screditati istituti di polizia (sbirri, satellizio) e reclutata in parte dalla società civile e in parte da veterani alfabetizzati, ceduti malvolentieri dai reggimenti ma attratti dal prestigio e da paghe superiori, la gendarmeria era organizzata in brigate a cavallo o a piedi di 5-7 uomini di stazione permanente in un’area di 150 kmq, riunite in compagnie dipartimentali e in legioni corrispondenti alle Divisioni Militari. Il personale francese, tra cui numerosi corsi, predominava ancora nel 1814 nelle 4 legioni imperiali istituite nei dipartimenti italiani (27e Torino, 28e Genova, 29e Firenze, 30e Roma), ed era inizialmente assai numeroso nella gendarmeria reale napoletana.

Quest’ultima, comandata dal corso Gentile e dal calabrese Amato, poi sottoposti all’ispezione dei francesi Compère (1810) e Manhès (1812), e organizzata su tre legioni (Napoli, Bari e Salerno), 7 squadroni, 14 compagnie e 340 brigate, raggiunse la forza massima di 85 ufficiali e 3.200 uomini e fu mantenuta alla restaurazione  sotto il comando del maresciallo Cancellieri. Analoga la forza della gendarmeria reale italica: 3 legioni (Milano, Bologna, Treviso), 6 squadroni, 24 compagnie, 92 ufficiali e 1.800 uomini. Comandata dal bolognese Piella e dal veneto Zannini sotto l’ispezione del milanese Polfranceschi, nel 1814 fu mantenuta dall’Austria per la sola Lombardia. Entrambe le gendarmerie ebbero reparti speciali inquadrati nella guardia reale e nella marina.   

Guardia Nazionale

Mutuata dalla Francia rivoluzionaria, la guardia civica o nazionale fu ampiamente enfatizzata dalle repubbliche italiane. Impiegata anche per le colonne mobili e la difesa territoriale, e talora oggetto di contesa fra le varie fazioni, quella delle città maggiori svolse occasionalmente anche un ruolo politico nei momenti di emergenza. Tuttavia la ripartizione fra tutti i cittadini dei turni di pattuglia e nei corpi di guardia fu presto sostituita da una tassa di esenzione con cui si pagava personale assoldato e durante il periodo napoleonico la guardia nazionale tornò al modello delle milizie generali dell’antico regime, attivata su base volontaria solo per particolari funzioni locali ovvero in caso di emergenza. Nell’autunno del 1805, a seguito dello sbarco anglo-russo sotto Gaeta, il viceré Eugenio chiamò a Bologna le guardie nazionali italiane e parmensi per formare un’Armata di Riserva, rimasta però in gran parte sulla carta. Nel 1807 sette dipartimenti italiani erano del tutto privi di guardia nazionale e in altri sette esisteva solo nei centri maggiori, con poche dozzine di volontari e nessun ufficiale. Furono però mantenute antiche milizie civiche (bombardieri urbani di Padova, cannonieri civici di Palmanova, Ancona e del Mincio, guardia sedentaria di Venezia) e attivate compagnie scelte o assoldate dipartimentali (1809), di cannonieri guardacoste (1810) e di guardie di città (1811). Lo stesso avvenne nei dipartimenti italiani dell’Impero, dove nel 1813 furono reclutate 6 coorti di guardie nazionali (5.528 uomini), poi riunite in 2 nuovi reggimenti di linea (156e e 137e). Nell’Italia meridionale maggior peso militare e politico ebbero le legioni provinciali (v.) e la guardia civica di Napoli, riordinata come guardia municipale (1809) e poi come guardia d’interna sicurezza (1813).   

Guardia Reale

Ad imitazione della guardia imperiale, le guardie reali italiana e francese erano corpi con rango e paga privilegiati, composte di due distinte aliquote, una formata da veterani trasferiti per merito dalle truppe di linea, e l’altra da “volontari” tratti dai ceti dirigenti (ussari di requisizione, poi guardie d’onore) o benestanti (veliti), allo scopo dichiarato di “agguerrire” la società civile e di assicurarsene la fedeltà politica prendendo “in ostaggio” i suoi rampolli.

Derivata da precedenti repubblicani (guardie del direttorio e del corpo legislativo cisalpini, guardia del governo, poi del vice-presidente e del presidente), la guardia reale di linea italiana (1805) raggiunse un massimo di 2.283 uomini e 980 cavalli nel 1812 (fanti, dragoni, gendarmi, artiglieri a cavallo e treno); nel 1806 si aggiunsero le guardie d’onore e i veliti reali (1806), nel 1810 i coscritti della guardia e nel 1812 i marinai. A parte un battaglione di veliti impiegato in Dalmazia e in Spagna e una Divisione tenuta in riserva nel 1809, la guardia reale italiana combatté effettivamente solo in Russia (5.245 uomini e 1.737 cavalli) e poi – ricostituita quasi ex-novo – nella campagna d’Illiria e d’Italia (1813-14). Comandata da Teodoro Lechi, vi transitarono 15.119 uomini (895 guardie d’onore, 3.679 veliti, 4.920 coscritti e 5.625 veterani di linea) con 281 decorati della corona ferrea su 1.118.

Creata nel 1806 con 2.700 veterani francesi, la guardia reale di Giuseppe Bonaparte lo seguì in gran parte in Spagna nel 1808 e fu ricostituita e napoletanizzata nel 1809 da Murat, raggiungendo nel 1815 il massimo di 7.500 uomini e 2.565 cavalli su 4 reggimenti di fanteria (granatieri, ancora in prevalenza francesi; 1° e 2° veliti e volteggiatori, formato dai reduci di Danzica) e 4 di cavalleria (ussari, corazzieri, cavalleggeri, lancieri), più artiglieria a cavallo, marinai e gendarmi. La guardia inviò in Polonia 2.649 uomini (1.874 veliti, 446 guardie d’onore, 33 gendarmi, 88 artiglieri e 208 marinai) e mobilitò 3.400 uomini nel 1814 (divisione Millet) e 6.000 nel 1815 (divisioni Livron di cavalleria e Pignatelli Strongoli di fanteria, che, dopo un’ingloriosa ritirata da Firenze, combatterono con valore a Tolentino).    

Legioni Provinciali

Le milizie contadine e baronali, reclutate su base volontaria con l’incentivo di esenzioni fiscali e feudali (“privilegi”), furono un istituto tipico dello stato moderno, teorizzato da Machiavelli in alternativa ai mercenari e concepito per il mantenimento dell’ordine pubblico, la difesa territoriale (interna e delle frontiere) e la mobilitazione in caso di guerra con aliquote scelte inquadrate dalla nobiltà locale e/o mediante sorteggio di complementi per le forze regolari.

Abolite in Francia nel 1789 come relitto dell’antico regime, e in Piemonte nel 1802, furono nondimeno il nerbo della resistenza sabauda durante la lunga guerra delle Alpi (reggimenti provinciali, cacciatori scelti, milizia alpina e generale) e delle mobilitazioni tentate dagli altri stati italiani (Venezia, Tirolo, Toscana, Stato pontificio, Regno di Napoli) nel 1796-98 e furono uno dei fattori che resero possibili le grandi insorgenze del 1799 (con almeno 100.000 insorti e oltre 60.000 vittime). Incoraggiate, ma solo marginalmente sfruttate dagli Alleati, e non controllate dai sovrani nel cui nome formalmente combattevano, le insorgenze misero in questione l’ordine sociale e politico, spingendo i ceti abbienti e le stesse corti pontificia e borbonica al compromesso con la Francia, com’era avvenuto nel 1797 nel caso veneziano.   

Regolarizzata a fatica l’Armata sanfedista facendone la base del nuovo esercito napoletano, la corte borbonica fallì, sia per ragioni finanziarie sia per l’ingovernabilità dei poteri diffusi, il tentativo di creare, col nome di reggimenti urbani e provinciali, una forza di sicurezza interna politicizzata di ben 67.228 uomini, un vero e proprio “partito armato” borbonico, e così pure, nel 1806, la mobilitazione dei “corpi volanti”. Dal rifugio di Palermo, la corte borbonica legittimò e sostenne con armi, denaro e agenti, la successiva insurrezione accesa in Calabria, Lucania e Abruzzo dalle requisizioni francesi, dalle faide tribali e claniche e dal brigantaggio endemico, ma trasformatasi – secondo il giudizio di Giuseppe Bonaparte – nella «guerra del povero contro il ricco». Ciò indusse il nuovo regime – contro i timori e l’opposizione di Napoleone – ad affrontare la guerra civile coi sistemi efficaci dell’autodifesa di classe e del “partito armato”, creando 15 legioni provinciali inquadrate dagli ex-repubblicani del 1799 e dai nuovi “patrioti” giuseppisti. Enfatizzate da Murat – che nel marzo 1809 celebrò solennemente la consegna delle bandiere – le legioni vinsero la guerra civile e sul brigantaggio, ma non furono esenti da infiltrazioni carbonare. Scesi da 73.000 (1809) a 44.000 (1811), i legionari furono di fatto licenziati nel 1812, salvo un’aliquota scelta di 7.000 guardie prefettizie.        

Marina Da Guerra

Tecnicamente obsoleta, ma forte nel 1797 di 214 unità, di cui 35 di primo rango, la flotta veneziana fu impiegata da Napoleone per il trasporto della spedizione in Egitto, e sul Nilo finì pure gran parte delle navi mercantili e da guerra liguri, toscane, romane e sarde. Sopravvisse soltanto la flotta borbonica, anche se le unità più moderne furono incendiate nel gennaio 1799 per non lasciarle in mano francese. Nel 1804 contava ancora 81 unità (1 vascello, 5 fregate, 17 unità minori e 58 cannoniere) e anche durante il secondo ritiro in Sicilia (1806-15) ne mantenne 87 (1, 3, 13 e 70), con circa 4.500 marinai e 1.200 forzati,  dimostrando discrete capacità operative sia in cooperazione con le forze inglesi sia autonome (specialmente le Flottiglie di Ponza e Messina).

Impegnato dal trattato di Baiona (1808) a costruire 6 vascelli, 6 fregate e 6 brick, Murat poté in realtà varare a Castellammare e a Napoli solo un terzo del programma. La Divisione Vele Quadre fu approntata solo nel 1813 e solo per mascherare l’accordo commerciale già concluso con gli inglesi, ai quali la reggente consegnò le navi dopo Tolentino. Composta in realtà dai resti della marina borbonica e della Divisione leggera francese distrutta da una fregata inglese sotto Fiumicino, la marina napoletana poté a stento assicurare la riconquista di Capri e una limitata difesa dei Tre Golfi, subendo due gloriose sconfitte a Procida nel 1809 e davanti a Napoli nel 1810, mentre 62 cannoniere e 782 trasporti con 3.000 marinai appoggiavano l’abortita spedizione in Sicilia. Nel 1813 la marina contava 2 vascelli, 3 fregate, 1 corvetta e 18 unità minori, 140 batterie costiere e 5.500 uomini, più 600 operai, 1.800 forzati e 1.560 artiglieri litorali. Nel 1814 fu incorporata la Flottiglia italiana di Ancona e si trattò l’acquisto dell’Army Flotilla di Messina, posta in disarmo dagl’inglesi.  

Nel 1802 l’ex-venetianische Marine venne fusa con la Triester Marine a formare la Regia Cesarea Marina austriaca (33 unità sottili e 500 marinai), ma nel gennaio 1806 fu trasferita al Regno d’Italia, formando la Reale Marina Italiana insieme alla Flottiglia italiana di Ravenna, (10 unità sottili e 800 uomini). Nel 1809 la marina italiana raggiunse il suo picco di forza, con 213 unità (3 fregate, 23 unità minori, 33 cannoniere e 154 unità locali) e 8.174 uomini (5.238 militari, 431 impiegati, 1.759 operai e 746 forzati), ma fu sempre tenuta in rispetto dalle periodiche crociere di pochi vascelli e fregate inglesi, che nel 1811 distrussero a Lissa la Divisione franco-italiana e incendiarono o catturarono nel 1808-12 3 fregate, 1 corvetta, 4 brick e 4 golette italiani. Inoltre la Flottiglia Dalmata fu separata dalla marina italiana e riunita con la marina triestina a formare la piccola marina illirica (1809-13). L’Arsenale di Venezia impostò ben 10 vascelli, di cui 6 per la marina francese, ma poté vararne solo 5 e l’unico (francese) uscito in mare fu subito catturato dagl’inglesi. Alla fine del 1813 la difesa della Laguna veneziana contava 3 vascelli, 2 fregate, 10 unità minori, 9 cannoniere e 71 piroghe.

Impegnata nella difficile difesa della neutralità e nel contrasto ai corsari nordafricani, la piccola marina sarda raggiunse il suo picco di forza nel 1810, con 13 unità sottili e 1.000 marinai. Le marine ligure, toscana e romana furono incorporate nella marine impériale, cui fornirono infrastrutture e circa 5.000 marinai. Circa un centinaio furono i legni corsari armati nei porti italiani con patenti francesi, inglesi, italiane, napoletane o siciliane.      

Scuole Militari

Con l’annessione alla Francia, furono aboliti tutti i centri di ricerca e di formazione militare del Piemonte (l’Ufficio topografico, le Regie scuole d’artiglieria e fortificazione e l’Accademia reale di Torino). Il Veneto Militar Collegio di Verona fu invece proseguito dalla Scuola Militare di Modena, impiantata nel 1797 dal veneto Leonardo Salimbeni per formare gli ufficiali d’artiglieria e genio cisalpini. Ristabilita nel 1801 sotto la direzione del milanese Antonio Caccianino, formò in nove corsi (1798-1813) 117 ufficiali d’artiglieria e 46 del genio. Nella Scuola Militare di Pavia (1801), diretta da Filippo Psalidi e poi da Ruggero Bidasio, entrambi veneti, transitarono 260 allievi, di cui 175 promossi sottotenenti di fanteria. Voluto nel 1801 dal milanese Pietro Teulié per dare agli ufficiali cisalpini il beneficio dell’istruzione elementare gratuita ai propri figli, e diretto dal napoletano Ignazio Ritucci e poi dal milanese De Meester, il Collegio degli Orfani Militari di San Luca fu conservato nel 1814 a beneficio dei militari austriaci. 

A Napoli le tre funzioni di formazione degli ufficiali delle armi dotte e di linea e d’istruzione elementare gratuita dei figli dei militari erano riunite nell’unico istituto della Nunziatella. Le prime due, abolite sotto i Borbone per timore di infiltrazioni sovversive, furono ripristinate nel 1806. La Scuola Militare di Napoli, posta sotto l’ispezione di Giuseppe Parisi, fu però riordinata nel 1811 dal calabrese Francesco Costanzo come Scuola Reale Politecnica e Militare, limitata alla formazione delle armi dotte. Ribattezzati Scuola di Marte, i corsi elementari avrebbero dovuto essere trasferiti ad Aversa, sotto la direzione di Ritucci reduce da Milano, ma il progetto non fu realizzato. La Nunziatella impiegava 90 militari e civili per una media di 400 allievi, ridotti nel 1812 a meno di 100, ma in otto anni produsse appena 100 ufficiali e 300 sottufficiali.

Gli altri istituti d’istruzione militare italiani e napoletani erano le due scuole teorico-pratiche d’artiglieria di Pavia (1802) e di Capua (1807), impiantate dai francesi Lahalle e Dedon, nonché il servizio dei paggi reali e i corpi della guardia reale (guardie d’onore e veliti). Numerosi figli di importanti famiglie italiane furono ammessi nei corrispondenti corpi e scuole militari imperiali. Collegi di marina erano inoltre a Venezia, Napoli e Palermo.   

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