Research Subjects: Biographies

Gli Ufficiali sardi al servizio russo (1799-1816) [1]

By Virgilio Ilari[2]

Come Paulucci[3] e i due de Maistre, Rodolphe e Xavier, varie decine di altri ufficiali provenienti dall’Armata sarda combatterono contro Napoleone sotto l’aquila bicipite russa e sette raggiunsero il grado di generale. Con la restaurazione furono onorati e reimpiegati in Piemonte, anche se dopo il 1848 furono espunti dai fasti militari sabaudi per aver combattuto “dalla parte sbagliata”. Ma su questo punto occorre fare qualche riserva. Nel passaggio al servizio austriaco o russo vi fu certo pure una venatura ideologica di avversione a tutto ciò che Napoleone rappresentava, ma le ragioni di gran lunga prevalenti furono pratiche. Si deve infatti tener presente che, dopo la sconfitta austriaca a Marengo (14 giugno 1800), il secondo governo franco-piemontese sottopose ad una rigorosa discriminazione politica gli ufficiali che, rompendo il giuramento di fedeltà alla Francia del 12 dicembre 1798, avevano combattuto insieme agli austro-russi; e molti altri d’artiglieria e genio furono epurati nell’agosto 1801, quando le truppe piemontesi furono definitivamente incorporate nell’armata francese[4]. Fu quindi un’emigrazione di necessità, che non mise in questione i legami affettivi coi parenti fedeli al nuovo assetto francese dell’Italia[5], e che, pur legalmente passibile di morte e confisca dei beni, fu di fatto relativamente tollerata da Napoleone, specialmente nel periodo dell’alleanza franco-russa (1807-11)[6].

Questo è uno dei tanti aspetti rimossi della storia militare italiana. E non solo perché dopo il 1848 gli eroi della fedeltà sabauda furono opportunisticamente trasformati da Casa Savoia in traditori della patria italiana. Ma anche, più banalmente, per il sopracciò ideologico della classe dirigente del Risorgimento italiano – anglofila e francofila – nei confronti dell’emigrazione intellettuale russa a Roma, Firenze, Napoli e Milano e del suo entusiasmo per l’Italia cattolica, romantica e reazionaria. Ne è testimonianza il mobbing con cui il progressista ateneo pisano espulse Sebastiano Ciampi (1769-1847), pioniere della slavistica italiana[7]. Il quale, tracciando una mappa dei professionisti italiani in Polonia e in Russia, vi incluse pure una breve lista di “militari” italiani al servizio russo[8].       

Resta ancora difficile fare una biografia collettiva dell’emigrazione militare italiana in Russia nel primo Ottocento. La nota dei sudditi sabaudi che nel 1810 si trovavano al servizio russo è laconica e comprende solo 18 nomi[9]: mancano ad esempio Faussone, Patono, Piano, Sappa, i due Vayra, des Geneys. Inoltre le ricerche nelle fonti russe sono complicate dalla trascrizione fonetica dei cognomi stranieri[10]. Eppure quel che di costoro già oggi sappiamo  non è poi così poco. Non solo perché molte biografie, tracciate sulla sicura base degli stati di servizio  russi, sono comunque già incluse nei dizionari biografici russi, specie in quelli relativi alla guerra patriottica, che sono disponili online[11]. Ma anche perché possiamo riscontrarli non solo coi documenti italiani (il “visto partire”, e in qualche caso il “visto tornare”), ma con un eccezionale testimone che li “vide arrivare” in Russia. 

Il patronato sindacale del ministro sardo a San Pietroburgo

I primi “officiers piémontais” arrivati in Russia erano quelli che Suvorov aveva ammesso nel suo stato maggiore e che lo avevano poi seguito a San Pietroburgo quando, caduto in disgrazia, fu richiamato dallo zar. Il 6/18 maggio 1800 il principe Italinskij (Князь Италийский) era pure morto, lasciandoli a doversi arrangiare da soli. Xavier de Maistre se ne andò a Mosca a fare il ritrattista. Galateri si accasò presso una signora abbandonata dal marito. Venanzone rimontò in arcione dopo il golpe del castello Michajlovskij (23 marzo 1801).

Ma per loro (e nostra) fortuna, il viceré di Sardegna Carlo Felice di Savoia (1765-1831) trovò il modo di togliersi dai piedi uno straripante filosofo, che il 13 maggio 1803 si insediò a San Pietroburgo quale ministro del re Vittorio Emanuele presso Alessandro I. Joseph de Maistre fu il patrono e il cronachista dell’emigrazione piemontese in Russia: e, oltre al fratello (richiamato da Mosca) e al figlio Rodolphe (che lo raggiunse nel 1805), assistette o sistemò vari altri ufficiali, raccomandandoli direttamente allo zar tramite il ministro (ereditario!) della marina, ammiraglioPavel Vasil’evič Čičagov (1767-1849), e l’imponente gran maresciallo e gran maestro di cerimonie della corte, Nikolaj Aleksandrovič Tolstoj (1761-1816)[12].   

In una prima ricognizione del problema, de Maistre segnalava che gli ostacoli ad una decorosa sistemazione dei piemontesi erano il basso grado e soprattutto la non conoscenza della lingua. Sentir parlare italiano provocava l’ilarità dei russi[13]. Ma, a forza di insistere col capo di stato maggiore van Suchtelen[14], riuscì finalmente a far invitare gli ufficiali piemontesi alla parata di 40.000 uomini del 28 agosto/10 settembre 1804 al campo di Peterhof (a 26 verste da San Pietroburgo), e a presentarli ad Alessandro. Lo zar si intrattenne con loro, “ce qui est une distinction remarquable”, facendo pure le condoglianze per la morte del capitano Vayra[15]. Il problema più immediato era che i piemontesi non potevano nemmeno comparire in pubblico: per vestirsi in modo decente servivano 500 rubli. Da vero sindacalista, de Maistre chiese una gratifica collettiva, e siccome quel “poltron sans caractère” di Suchtelen nicchiava (“je verrai … si je trouve l’occasion, je ne puis promettre, etc”), il conte lo scavalcò, rivolgendosi allo zar tramite Tolstoj: tempo ventiquattr’ore arrivarono 500 rubli a testa, contro i 3 o 400 richiesti. Quando i piemontesi, secondo l’usanza, andarono a ringraziare Suchtelen, costui rispose seccato che dovevano ringraziare il loro ambasciatore [16]

Alla fine in vari modi furono tutti ammessi in servizio, e impiegati nelle campagne di Austerlitz, del Mediterraneo e di Finlandia, e alcuni ottennero decorazioni e promozioni: altri però rimasero tranquilli a San Pietroburgo, in Crimea e a Odessa. L’arrivo di Paulucci, ammesso subito come colonnello al seguito dello zar, e promosso generale quindici mesi dopo, suscitò l’immediata gelosia dei colleghi, i quali gli provocarono, secondo de Maistre, “des peines terribles”[17]. Avendo servito a corte e nelle Guardie, pure Paulucci era considerato piemontese: la circostanza fu però smentita[18] da de Maistre.

Essendo modenese, legalmente Paulucci era cittadino del Regno d’Italia; savoiardi, nizzardi e piemontesi erano invece cittadini francesi, ma tutti soggetti alle sanzioni comminate contro francesi e italiani al servizio straniero. Dopo Tilsit i dossier a carico degli ufficiali al servizio dello zar alleato e “fratello” di Napoleone erano stati sospesi; ma furono di nuovo branditi contro gli ex sudditi sabaudi, a seguito della tensione diplomatica tra Cagliari e Parigi, acuitasi nella primavera del 1809[19]. Così, quando in agosto Suchtelen presentò allo zar la lista di avanzamento dei piemontesi, Alessandro non volle firmarla, per non correre il rischio di irritare Napoleone. Inoltre subiva l’“influence de ce sauvage Arakčeev, qui ne peut pas souffrir les étrangers”[20].

Unica deroga furono le promozioni a colonnello e a capitano accordate al fratello e al figlio di de Maistre, che rinfocolarono il risentimento degli esclusi. In novembre l’ambasciatore tornò alla carica con Tolstoj e Rumjancev, ma stavolta senza successo. D’altronde – si giustificava de Maistre – per fare carriera bisognava conoscere il russo, e gli unici che lo parlavano erano, “suivant l’ordre de la science”, Rodolphe, Venanzone, Manfredi e Xavier. Infine faticava a far entrare nella zucca dei piemontesi che in Russia dovevano scordarsi il modo di fare italiano (“j’ai réussi così così”)[21].

Dalle lettere successive non risultano più nuovi interventi di de Maistre a favore della categoria; solo qualche segnalazione individuale e qualche sparsa notizia a Cagliari. Piuttosto ne citiamo una, per noi gustosa, del simpatico Čičagov, che, precipitato dalle stelle alle stalle per essersi fatto dare il comando d’un’Armata di terra e aver poi mancato d’un soffio la cattura di Napoleone alla Beresina, recriminava contro i diavoli stranieri (incluso Paulucci!) che governavano tutte le più importanti province russe[22].

Nel dicembre 1814, però, appreso che Thaon di Revel aveva respinto in malo modo le richieste d’impiego di due valorosi generali come Trinchieri e Galateri, de Maistre scrisse al re stigmatizzando l’ingiustizia di escludere coloro che erano rimasti fedeli e di riprendersi “ceux qui avaient vendu leur sang à Bonaparte”[23]. Quel che de Maistre non dice, e che ci rincresce di non aver a suo tempo compreso nel nostro studio[24] sulla ricostituzione dell’Armata sarda nel 1814-15, è che il no opposto agli unici due generali esperti di cui disponeva il Piemonte, si spiega solo col fatto che avrebbero messo in ombra i mediocri politicanti Latour e Gifflenga[25], protagonisti del consociativismo corporativo tra i reduci napoleonici e i revenants dell’antico regime. Ciò naturalmente non implica che coi due generali “russi” la campagna austro-sarda del 1815 in Savoia e Delfinato sarebbe andata meglio: tutt’al più meno peggio[26]. Nel 1816, ormai consolidata, la nomenclatura militare accettò il ritorno dei due “russi”.               

Il beniamino di Joseph de Maistre: il cavalier Manfredi

Il primo degli ufficiali “sistemati” da de Maistre fu Giuseppe (Osip Ignat’evič) Nicola Augusto Manfredi (1778-1816)[27]. Ingegnere militare e veterano del 1793-99, fu ammesso come capitano di 3a classe nell’artiglieria navale russa il 22 agosto/3 settembre 1804, restando addetto personalmente al ministro della marina[28]. Uomo aperto e generoso, questo Čičagov, ma con un “ridicule insupportable” - così il nostro navigato ambasciatore metteva in guardia il cavalier Manfredi; “il ne vole point, il ne permet point qu’on vole dans son département, ce qui le fait détester”[29]. Due mesi dopo l’ammiraglio disse a de Maistre che stava per promuovere il suo protégé a maggiore; ma l’ambasciatore per una volta fu incauto e bruciò l’occasione replicando, con l’aria di scherzare, che subito dopo avrebbe chiesto l’avanzamento pure per gli altri ufficiali[30].

Manfredi rimase a lungo capitano, anche perché in questo periodo, pur applicandosi, non era capace di parlare russo. Gli capitò a tal proposito un divertente episodio. Durante gli esami dei cadetti, il comandante dell’artiglieria navale, generale Herring, lo pregò, in francese, di fare lui una domanda; e il nostro secchione chiese agli allievi di disegnare una retta mediana. Certo per evitare una brutta figura, intervenne allora il generale, rivolgendosi in russo agli allievi, i quali risposero in coro sempre in russo, dopodiché i commissari tolsero la sessione d’esame esclamando soddisfatti: “molto bene!” (очень х 086;рошо)[31].

Nel settembre 1806 Manfredi partì per il Mediterraneo con la squadra di Senjavin, tra l’altro portando a Cagliari importanti comunicazioni di de Maistre[32]. Ferito alla presa dei forti di Tenedo e decorato delle croci di San Vladimiro e di San Giorgio di 4a classe[33], seguì poi le peripezie della squadra, braccata e poi bloccata dagli inglesi nel Tago e infine scortata a Plymouth, da dove gli equipaggi rientrarono a Cronstadt solo nel novembre 1809. Manfredi aveva guadagnato “l’estime” di Senjavin e la conoscenza della lingua russa, ma dispiacque al ministro per uno di quegli “equilibrismi” tipicamente italiani che facevano uscire dai gangheri i russi. Čičagov gli aveva chiesto un parere su uno strumento di precisione costruito da un ufficiale danese. Manfredi lo trovò difettoso, ma fece “un rapport normand” (senza sbilanciarsi) per non urtare l’autore e i suoi protettori e riferì a de Maistre di essersi tenuto “lì lì”. Il navigato ambasciatore capì subito l’errore e corse dal ministro, trovandolo su tutte le furie: “M. le Chevalier Manfredi, croît-t-il que je l’ai choisi pour m’apprendre à douter? Je sais bien douter sans lui …”[34]    

Manfredi aveva sposato la figlia del generale Jacques (Jacov Petrovič) Labat de Vivans[35], custode del castello di Michajlovskij, ma debitore insolvente del fratello del Gran Cacciatore, il Gran ciambellano Naryškin, che, dopo vani tentativi, nel 1810 si rivolse allo zar e ottenne il pignoramento di un villaggio[36]. Il 18/30 dicembre 1811 Manfredi fu promosso colonnello del genio trasporti. Il 23 aprile/5 maggio 1812 fu nominato direttore delle retrovie della 1a Armata Occidentale e dal 2 luglio gli furono assegnati pure gli equipaggi da ponte. Fu poi inviato a Tver’ alle dipendenze del direttore delle comunicazioni. A Borodino comandò la 2a Brigata del treno e guadagnò la croce di S. Anna di 2a classe con diamanti. Nel 1813 fu a Bautzen e all’assedio di Danzica, dove firmò l’atto di resa, meritando la croce di San Giorgio di 3a classe[37].  Promosso maggior generale, fu capo del 7° distretto trasporti (province Baltiche e di Minsk, Mogilëv e Vitebsk) e morì di malattia il 23 giugno/5 luglio 1816, ignaro di aver ottenuto una rendita di 1.100 rubli d’argento per 12 anni[38].


Il duellante di Xavier de Maistre: Spirito Benedetto Patono di Meirano

Come abbiamo detto, non figura nella lista di Cagliari il maggiore nizzardo Spirito Benedetto Patono “vassallo” di Meyran (1763-1830), detto in Russia Спиридон Амедеевич Мейран. Durante la guerra delle Alpi aveva comandato la compagnia di riserva del valoroso Corpo franco, e aveva pubblicato a Berlino, nel 1800 e ancora nel 1802, una lucida analisi della campagna (Mémoires pour servir à l’histoire de la dernière guerre des Alpes)[39]. Nel maggio 1806 era a Mosca, maggiore “dans un nouveau corps de Pionniers”[40].

Era lui l’ufficiale massone[41] che nel lontano carnevale del 1790 era stato ferito in duello a Torino da Xavier de Maistre [dando occasione al celeberrimo Voyage autour de ma chambre] e che in Russia, dopo aver ottenuto la croce di San Giorgio di 4a classe grazie a Joseph[42], e dopo avergli affidato in deposito 200.000 ducati provenienti dall’eredità del fratello[43], aveva scritto un biglietto insolente a Xavier ironizzando sulla sua promozione e sul suo titolo comitale[44].

Il sodale del duca di Richelieu: Trinchieri di Venanzone

Nato nel 1769 a Nizza, il conte “Vanangon” (Giuseppe Antonio Trinchieri di Venanzone[45]) era passato con Suvorov nel 1799 col grado di tenente, combattendo alla Trebbia e a Novi. Ammesso il 20 ottobre 1802 nel seguito dello zar, il 1° dicembre fu promosso maggiore e decorato della croce di Sant’Anna di 3a classe per la campagna di Austerlitz. Fu poi assegnato all’Armata di Moldavia, partecipando alla presa di Kilia, Ackermann e Ismail. Passato nel seguito del duca di Richelieu [Armand-Emmanuel de Vignerot du Plessis, 1766-1822], partecipò a varie spedizioni contro i circassi e alla presa della fortezza turca di Sujuk-Qale [dove sorse nel 1838 la base navale russa di Novorossijsk]. Promosso tenente colonnello il 20 gennaio 1808, e colonnello l’8 febbraio 1811, trascorse qualche anno piacevole a Odessa, commensale e sodale del duca che ne era governatore[46].

Nel 1812 fu distaccato al corpo del principe di Osten-Sacken (1752-1837) e a Wołkowysk guadagnò la croce di San Vladimiro di 4a classe con nastro. Nel 1813 prese parte all'occupazione di Varsavia, alle battaglie di Bautzen e Katzbach (Lipsia) e al passaggio del Reno; nel 1814 a scontri d’avanguardia e alle battaglie di Brienne-le-Château, La Rothière, Montmirail, Chateau-Thierry e La Ferté-sous-Jouarre. Intanto Trinchieri aveva chiesto di tornare al servizio sardo, ma Thaon di Revel gli rispose che non se parlava nemmeno[47]. Promosso maggior generale per servizio distinto a La Rothière (28 ottobre 1814), Trinchieri divenne così comandante dell’8a Divisione russa e nel 1815 prese parte all’assedio di Metz. Finalmente il 2 maggio 1816 lasciò il servizio russo per quello sardo, e il 15 agosto 1820 fu decorato, come Galateri e altri 17, della gran croce Mauriziana[48]. Comandante della divisione militare di Cuneo (20 maggio 1817), poi di Torino (dicembre 1820), si dimise all’abdicazione del re (13 marzo 1821) e fu poi membro della regia delegazione mista istituita per giudicare i ribelli (19 e 26 aprile 1821). Comandante la divisione di Genova (14 dicembre 1822), promosso tenente generale nel 1830, fu pensionato nel 1831[49].  

Il baši-buzuk: Galateri di Genola

Cornetta dei dragoni di Piemonte nel 1778 e veterano della guerra delle Alpi e delle insurrezioni anti-francesi e cavaliere mauriziano, il conte Giuseppe Gabriele Maria Galateri[50] (1762-1844) fu ammesso al servizio russo il 12 luglio 1799 come capitano al seguito di Suvorov, e il 29 settembre fu promosso maggiore per merito distinto. che seguì a San Pietroburgo nel 1800. Pensionato nel 1802 dal governo russo, poi ammesso negli Ussari di Pavlovgrad (il reggimento caro a Tolstoj), guadagnò la croce di San Vladimiro[51] nell’azione del 23 ottobre 1805 per incendiare il ponte sull’Enns. L’impresa è narrata in Guerra e Pace, libro II, capitoli VI-IX, dove è attribuita ad un fittizio colonnello “Karl Bogdanovič Schubert”[52], mentre il vero comandante era Josif Kornilovič O’Rourke (1772-1849), nato a Dorpat in un’antica famiglia irlandese giacobita emigrata in Livonia nel 1691, il quale si distinse ad Austerlitz ed Eylau. Galateri non prese parte a tali battaglie, essendo stato in precedenza gravemente ferito alla testa mentre, ad Altenstern, caricava i francesi alla baionetta. Incontratolo ad Olmütz, lo zar gli strinse la mano e lo abbracciò[53].

Nel 1806 poté sposare con rito cattolico e ortodosso la sua convivente, rimasta vedova, e legittimare così il loro primogenito. Promosso tenente colonnello il 30 gennaio (11 febbraio), e ammesso il 26 maggio (7 giugno) nel seguito dello zar, il 12/24 ottobre presentò al generale aiutante conte di Lieven, anche a nome di altri ex ufficiali piemontesi, un piano per provocare un’insurrezione in Toscana e Liguria: suggeriva di inviare 1 fregata, 4 cutter, alcuni trasporti e mille “hommes de bonne volonté” con 3-4.000 fucili per armare gl’insorti e immaginava il concorso del re di Sardegna, in possesso di “galères montées par des soldats intrépides et très aguerris et commandés par des Marins d’un mérite et d’une bravoure rares”[54].

Il 29 ottobre ebbe ordine di partire per Corfù con Senjavin e Manfredi, e partecipò alla presa dell’isola e dei forti di Tenedo (8 marzo 1807) e alle battaglie dei Dardanelli (10 maggio) e del Monte Athos (19 giugno) a bordo del vascello Sil’nyj (Forte), guadagnando la croce di San Giorgio di 4a classe[55]. Fu poi alla campagna di Finlandia del 1808 nella 6a Divisione (Barclay de Tolly). Nel novembre 1809 de Maistre lo raccomandò invano (“s’est bien battu, il a été blessé, il est triste et malade”…)[56]. Il 10 settembre 1810 fu nominato maggiore di piazza a Suomenlinna, e finalmente il 20 novembre promosso colonnello, ma per anzianità. 

Secondo lo stato di servizio russo, nel 1812 fu nel corpo di Finlandia diFabian Gotthard von Steinheil[57]  e combatté a Gross Eckau (7 luglio), Dahlenkirchen (22 agosto) e al castello di Bauska in Livonia occupato dai prussiani. Passato a comandare i cosacchi del I corpo (Wittgenstein) si distinse a Czasniki (31 ottobre) e Smoliani (Smolin, 12-14 novembre), e nel 1813 ancora a Grossbeeren (23 agosto) e Dennewitz (6 settembre). Il 27 settembre fu promosso maggior generale per le azioni di Czasniki e un’altra del 13 gennaio 1813, e durante la battaglia di Lipsia (15-18 ottobre) comandò una brigata di cavalleria[58]. Il 26 novembre, da Brema, scriveva al generale aiutante barone di Wintzingerode di trasmettere allo zar la richiesta di essere inviato presso l’Armata austriaca in Italia col suo capitano d’ordinanza, il russo-piemontese Ivan Petrovič Liprandi[59] (1790-1880), e, possibilmente, con un reggimento di cosacchi del Don[60]. Proseguì invece la campagna in Francia e combatté a Saint Dizier.

Nel dicembre 1815 il ministero delle forze terrestri russe mutò nome in ministero della guerra, e il nuovo titolare, Pëtr  Petrovič Konovnicyn (1764-1822), rese la vita impossibile a Galateri. Secondo de Maistre “le ministre actuel ne peut souffrir les étrangers; il a pour eux une haine d’homme médiocre; c’est à dire une haine immense. Le brave conte de Galaté en sait quelque chose”[61]. Il 5 aprile 1816 il conte ottenne il congedo per ragioni di salute, con diritto a portare l’uniforme e tornò in Italia coi bambini, lasciando la moglie a S. Pietroburgo [dove poi, come Paulucci, Michaud, Savoini e Rossi, ebbe l’onore di essere ritratto dall’inglese George Dawe fra i 300 eroi della guerra patriottica commemorati nella galleria militare dell’Hermitage].

Riammesso al servizio sardo, raggiunse nel 1832 il grado di generale di cavalleria e fu insignito del collare dell’Annunziata (1833)[62]. Fu comandante della Divisione di Nizza (1819), governatore di Cuneo (1822) e di Alessandria (1824) e ispettore generale di fanteria e cavalleria (1838). La fucilazione ad Alessandria, il 15 e il 22 giugno 1833, di 4 sergenti furieri e dell’avvocato Andrea Vochieri, da lui inquisiti per la cospirazione mazziniana, lo fece poi diventare una delle bestie nere della storiografia risorgimentale, bollato d’infamia anche nella Storia militare del Piemonte di Ferdinando Pinelli[63].   

L’eminenza grigia: Alessandro Michaud de Beauretour

Nato a Nizza Marittima nel 1772, a vent’anni Alessandro Michaud[64] aveva armato 300 volontari contro la Francia. Ferito tre volte nella guerra delle Alpi e insignito della croce Mauriziana, combatté a Pallanza nel 1798 contro la colonna di rivoluzionari proveniente dalla Cisalpina. Dopo Marengo rimase in Piemonte, ma nel 1802 raggiunse con un sotterfugio la corte sabauda che soggiornava a Roma: sperava di poter combattere per la restaurazione della monarchia, ma lo stesso re gli consigliò di andare all’estero ad imparare il mestiere delle armi. Così nel 1803 lui e il fratello cadetto furono ammessi come maggiori del genio al servizio della Repubblica Septinsulare (Isole Ionie), per ammodernare le fortificazioni di Corfù e di Santa Maura.

Con l’arrivo a Corfù dei russi, il 7 aprile 1805 Alessandro fu ammesso come capitano nel genio russo, e prese parte al breve schieramento anglo-russo sulla frontiera napoletana (dicembre 1805-gennaio 1806) e alle operazioni a Cattaro e Ragusa. Il 6 novembre 1806 fu trasferito nel quartier generale imperiale e nel 1809 assegnato all’Armata di Moldavia, distinguendosi alla presa di Isaccea, Tulcea, Ismail, Brăila e Turtukai, e guadagnando le croci di San Vladimiro di 4a (1809) e di San Giorgio di 4a[65] e la promozione a colonnello (15/27 aprile 1811). Nel 1811-12 combatté a Rusçuk , Šhumla, Batin e Lovča. Nell’aprile 1811 de Maistre scriveva di lui:

“Il y a maintenant en Russie deux sujets de V. M. très marquants. Ce sont les deux frères Michaud, don’t l’aîné surtout a surpassé rapidement tous les autres piémontais en succès et en reputation. Il n’a pas quitté le général Kamensky pendant toute la guerre de Moldavie, et l’on se dit assez ouvertement que c’est à lui qu’on doit tout ce qui s’est fait de bon. Étant arrivé à l’armée simple capitaine, il a obtenu, en moins d’une année, la croix de Saint Georges de la IVe classe, celle de Saint Vladimire idem à la boutonnière, l’épée d’or, le rang de colonel et 2.000 roubles de gratification. Je ne connais pas d’homme sur lequels tous les autres soient plus d’accord. Valeur, habilité, caractère, on lui accordé tout”[66].   

Trasferito alla 1a Armata Occidentale, durante il consiglio di guerra di Drissa fu tra i critici del piano difensivo preparato da Phull. Fu poi incaricato di cercare nuove linee difensive attorno a Mosca e sul Volga, e fu lui a portare a san Pietroburgo la notizia della caduta e dell’incendio di Mosca[67], e successivamente quella della vittoria russa a Vinkovo. Rimasto presso lo zar come aiutante di campo, partecipò alla battaglia di Krasnoe e poi alla campagna del 1813, seguendo lo zar nelle battaglie di Lützen, Bautzen, Dresda, Kulm e Lipsia, venendo promosso maggior generale il 15/27 settembre e nominato aiutante di campo generale l’8/20 ottobre.

Fu al fianco dello zar anche nella campagna del 1814, partecipando alle battaglie di Brienne, Arcis-sur-Aube e Fère-Champenoise, ed entrando a Parigi con gli eserciti alleati[68]. Influente consigliere dello zar, perorò la causa della restaurazione sabauda e nel maggio 1814 accompagnò Vittorio Emanuele da Cagliari a Torino. Rifiutò tuttavia la nomina a governatore di Torino, preferendo restare al servizio russo e già in luglio era di ritorno a San Pietroburgo[69]. Nel 1822 al congresso di Verona si adoperò presso lo zar in favore di Carlo Alberto, che nel 1838 lo ricompensò creandolo “conte di Beauretour” in ricordo della missione del 1814 a Cagliari.

Nel 1823 fu creato conte dell’Impero russo e insignito della croce di S. Anna di 1a classe. Nel novembre 1825 fu incaricato di una misteriosa missione presso il papa: si disse per annunciare l’intenzione dello zar Alessandro I di convertirsi al cattolicesimo oppure chiedere l’invio di un delegato papale incaricato di ricondurre sotto Roma il patriarcato di Mosca. Le carte relative furono distrutte, e Michaud mantenne il segreto.

Promosso tenente generale il 22 agosto 1826, nel 1828 fu nominato quartiermastro generale e comandante dell’artiglieria e del genio dell’Armata del Danubio, ma il 31 gennaio (12 febbraio) 1829 ottenne il congedo per ragioni di salute, tornando in Piemonte. Lo zar tuttavia gli conservò stipendio e grado, anzi il 5/17 marzo 1839 gli accordò di usare il titolo di “principe” e il 13/25 aprile 1841 lo promosse generale di fanteria, alla vigilia della morte, avvenuta il 10/22 giugno a Palermo, dove si era recato nella speranza di trovare un clima migliore.

Nel 1807 Alexandre si era separato dal fratello minore, quello che aveva fortificato il litorale di Santa Maura verso la costa albanese, il quale era rimasto a Corfù “dangereusement malade et marié”[70]. Nel maggio 1813 de Maistre scriveva di lui: le pauvre Michaud cadet a eu le bras droit emporté devant Thorn[71]. Il est marié à Odessa. Il a un enfant et sa femme est enceinte. Cette maison sera grandement protégée,. Mais le bras est loin”[72]. Secondo la citata nota di Sebastiano Ciampi, sarebbe diventato lui pure generale, e sarebbe morto prima del 1830.  

Il pedagogo militare di Nicola I: Luigi Gianotti

Torinese, ufficiale del genio dal 1782 e docente alle R. scuole teoriche, veterano della guerra delle Alpi, ritiratosi a vita privata sotto la dominazione francese, Luigi Gianotti (1755/9-1826) passò al servizio russo nel 1804, partecipando alle campagne di Austerlitz (1805), di Corfù e Cattaro (1806-07). A seguito della pace di Tilsit, era potuto tornare in Piemonte, trovandosi presente alla promulgazione della legge che imponeva agli ex-sudditi sabaudi di rimpatriare entro tre mesi pena il bando perpetuo e la confisca dei beni, ma dichiarò lealmente di aver prestato giuramento allo zar e tornò in Russia[73], cosa che provocò la sua condanna a bando e confisca. Assegnato all’Armata di Moldavia, ma impossibilitato a dirigere l’assedio di Ismail a seguito del morso di un animale, nel 1810 fu destinato dal generale Oppermann a insegnare arte della fortificazione ai granduchi Nicola e Michele, che accompagnò poi in Germania e in Francia nel 1814 e 1815[74]. Promosso maggior generale e comandante del genio russo, nel 1816 fu incaricato di dirigere i lavori di fortificazione a Sebastopoli. Tornato al servizio sardo nel 1817, fu prima comandante e poi presidente (dal 1824) del consiglio del genio[75].

Gli altri ufficiali del genio: Zundler, Rana, Teseo, Pavecchia

De Maistre scrive che gli ufficiali del genio presenti alla parata di Peterhof del 9 settembre 1804 erano quattro[76]. Purtroppo non dice i nomi, ma due erano certamente Manfredi e de Zundler, entrambi in stretti rapporti con l’ambasciatore sardo. Il quale chiese invano al re di concedere a Zundler una croce mauriziana, perché era l’unico della colonia militare piemontese a esserne privo e la cosa lo screditava agli occhi dei russi, abituati a valutare le persone a seconda delle “Anne al collo”[77]. Oltre all’“humiliation”, “la fortune de cet officier a bien diminué”. Suchtelen aveva firmato la cauzione [ai creditori], ma poi non ne aveva più parlato, e così “ce pauvre homme” aveva dovuto vendere i mobili e affittare l’appartamento[78].

Comunque la preparazione della guerra finnica consentì a de Maistre di sistemare pure Zundler nell’artiglieria di marina. Il suo primo incarico fu di accompagnare l’ingegnere militare Ponton, addetto all’ambasciata francese, a ispezionare le batterie costiere del Baltico da San Pietroburgo a Riga (con un’indennità di 100 zecchini per Ponton e un po’ meno per Zundler). De Maistre storceva però il naso. A lui, in generale, Tilsit e l’aggressione alla Svezia non andavano giù; e nel caso specifico trovava “bizarre … cette accouplage” franco-piemontese in terra russa. Inoltre le batterie costiere erano una barzelletta (“ce qu’il a vu formerait un roman, ou plutôt une comédie”) e “déceler ainsi tous les endroits faibles de la cuirasse” ad un francese era una grave imprudenza[79]. Zundler fu poi impiegato per “dresser et diriger” le batterie della costa baltica e decorato della croce di San Vladimiro di 4a classe[80] Facendo eccezione al blocco delle promozioni, Zundler divenne maggiore nel novembre 1809. Aveva acquisito qualche rudimento di russo (“commence à pouvoir commander l’exercice!). Certo, “il est un peu lent, et ses discours sont faits en spirale, mais il est fort sur son métier”[81]

Altro ufficiale piemontese del genio russo su cui siamo abbastanza informati è Giovanni Antonio Rana di Susa (1758-1835) [82]. Nipote del famoso ingegnere Carlo Andrea (1715-1804), ammesso il 21 gennaio 1783 alle Regie scuole teoriche d’artiglieria e genio, entrò nel genio come sottotenente il 23 dicembre 1783. Tenente (1786), capitano tenente (1793) e capitano (1795), ebbe la croce mauriziana “in ricompensa di segnalati servigi” (23 dicembre 1795) e la croce austriaca di Leopoldo. Fece le campagne del 1797 (maggio-ottobre) contro i giacobini e del 1799-1800 contro i francesi.

Capitano del genio russo il 22 agosto 1804 e promosso maggiore il 16 agosto 1805, combatté ad Austerlitz. Trasferito nel 1806 a Tiflis, si congedò nel 1808 e tornò in Piemonte, per non subire la confisca dei beni (quoique sincèrement attaché à la Maison de Savoye, a du rejoindre son épouse en Piémont, où il vit rétiré)[83]. Ripreso servizio il 27 ottobre 1814 come capitano di 1a classe del genio, divenne maggiore il 14 aprile 1815 e tenente colonnello il 7 giugno 1816. Membro del congresso permanente del genio civile, nel 1818 progettò la ri-fortificazione di Exilles e diresse i relativi lavori fino al 1821, quando fu sostituito da Francesco Olivero. Promosso colonnello il 18 gennaio 1819, il 29 ottobre ottenne una pensione di 600 lire sui fondi dell’Ordine mauriziano. Membro del consiglio del genio (15 agosto 1823), fu promosso maggior generale il 7 dicembre 1830 e morì a Torino il 5 dicembre 1835.

Suo collega al servizio russo fu il tenente colonnello Teseo (Theseo), lui pure ad Austerlitz e a Tiflis e congedato per ragioni di salute, “se proposait il y a trois mois d’aller en Sardaigne”, sua terra natale. Il capitano Pavecchia di Saluzzo era decorato della croce di San Vladimiro per essersi distinto nella presa dell’isola e dei forti di Tenedo e poi nella loro difesa contro 4.000 truppe scelte turche (1807)[84].

Gli artiglieri: i fratelli Vayra e Zino

Secondo la memorialistica filo sabauda, Michele Antonio Piano, già comandante dell’omonima centuria cacciatori e il capitano d’artiglieria Sappa “ruppero le loro spade per non servire i francesi”. Sembra però difficile che Sappa lo abbia fatto già nel dicembre 1798, dal momento che tutti gli ufficiali d’artiglieria, sia pure per quieto vivere e legittimati dall’ordine del re, prestarono il giuramento repubblicano. Altre due famose coppie di fratelli artiglieri, Vayra e Zino, anch’essi come Piano e Sappa illustratisi nella guerra delle Alpi e in particolare all’Authion, nel 1800 restarono al servizio russo. Il 9 settembre 1804, ricevendo gli ufficiali piemontesi, lo zar ricordò la morte di un Vayra[85].

Il più anziano degli Zino, Francesco Girolamo, capitano d’artiglieria nel 1784, professore di geometria speculativa alle regie scuole dal 1787,  ebbe la croce mauriziana per la battaglia dell’Authion (giugno 1793), dove comandava l’artiglieria dell’ala sinistra sarda. Distintosi poi in Savoia, a UItelles e a Cuneo, divenne nel 1794 maggiore del battaglione d’artiglieria di campagna e tenente colonnello nel 1795. Ammesso al servizio russo come capitano, si distinse nel 1807 nella difesa di Santa Maura contro Alì Pascià di Tepelena. Passato maggiore nello stato generale del seguito imperiale, nel 1809 ottenne di essere trasferito agli ozi di  Odessa[86]. A guastare la festa provò il colonnello principe Pëtr  Michailovič Volkonskij (1776-1852), che nel 1811, reduce da un viaggio in Francia, creò il moderno stato maggiore generale russo. “Le pauvre chevalier Zino” fu “sur le point d’être renvoyé de l’Etat général, où il véritablement il n’a[vait] que faire, dans l’armée, où il serait mort de chagrin”[87]. Ma intervenne il duca di Richelieu e tutto si aggiustò. Fino, però, al fatale 1812. Non conosciamo le peripezie di Zino in quegli anni: ma troviamo che morì di malattia nel 1814 essendo di guarnigione a Francoforte sul Meno.

Pure Giuseppe Zino, il minore, fu un eroe del 1793: alla battaglia del Brouis uscì dai trinceramenti con 2 piccoli pezzi da montagna per avvicinare il tiro [88], meritando la medaglia d’oro e la croce mauriziana. Morì in Russia colonnello d’artiglieria.

La batteria di Ševardino: Roberto Winspeare (1781-1846)

Altro artigliere italiano dela guerra patriottica fu il leccese Roberto Winspeare (Роберт Антонович Винспир, 1781-1846), figlio del brigadiere del genio napoletano Antonio e fratello del famoso giurista e filosofo Davide (1775-1847)[89]. Diversamente da quest’ultimo, che aderì al governo francese, nel gennaio 1806 Roberto s’imbarcò con le truppe russe che lasciavano l’Abruzzo dirette a Corfù e proseguì la carriera nell’artiglieria russa fino al grado di tenente generale.

Servì nell’Armata di Moldavia ma fece la campagna del 1812 nella 1a Armata Occidentale. Il 5 settembre era al comando della 12a batteria, composta di 12 pezzi, posta dentro il famoso ridotto di Ševardino, che per ben 17 ore fu conteso dal francesi e dai russi, i quali, rimasti padroni del terreno, a mezzanotte furono richiamati da Kutuzov sulla retrostante posizione di Borodino. E’ interessante notare che quella era l’intrepida batteria che Tolstoj immagina visitata da Pierre Bezuchov, e poi magistralmente ricostruita da Sergej Bondarčuk nella terza parte del film Guerra e pace.

Il 30 marzo 1814 una delle ultime cannonate tirate dai difensori di Parigi portò via il braccio sinistro di Winspeare. Un lasciapassare del 1° aprile 1815 firmato dal capo di stato maggiore dell’Armata murattiana in Romagna lo segnala in “rientro in patria” attraverso Pontelagoscuro (FE)[90]. Nel 1819 un poetastro napoletano, futuro linguista e traduttore di Xavier de Maistre, gli dedicò una goffa ode insistendo con scarso senso dell’opportunità sul “monco abbraccio” dell’amico[91]. Roberto però non se la passava troppo male, se nell’estate 1818, ancora colonnello, aveva accompagnato il principe Dmitrij Vladimirovič Golicyn (17-1844) in un piacevole viaggio in Inghilterra e in Olanda, visitando Londra, Plymouth, Oxford e poi, per Calais e Anversa, L’Aia e Amsterdam.

Nel 1839 il poeta Vasilij Andreevič Žukovskij (1783-1852), che nel 1812 aveva assistito da spettatore (come Bezuchov …) alla battaglia di Borodino, poi celebrandola nella famosa ode Pevec vo stane russkich voinov(Un cantore nell’accampamento de soldati russi), incontrò il maggior generale Winspeare nell’ambasciata russa a Roma[92]. Personaggio di grande cultura, tra l’altro Winspeare tradusse in italiano la cronologia russa di Michail Vasilievič Lomonosov (1711-1765)[93]

L’ex colonnello francese Martin d’Orfengo e suo figlio

Alcune voci biografiche su Filippo Paulucci continuano ad attribuirgli senz’alcun fondamento la consegna di Cattaro ai russi, di cui fu invece responsabile il conte Ghislieri, il quale non era un militare e non passò mai al servizio russo. Probabilmente all’origine dell’equivoco c’è la confusione con la resa della fortezza di Curzola, un’isola della Dalmazia attaccata il 9 dicembre 1806 dalla squadra di Senjavin.

Difesa da 438 fanti dell’81e RI de ligne e 79 cannonieri con 12 pezzi, l’isola era comandata dal capobattaglione piemontese Ferdinando Martin d’Orfengo (1766) il quale, dopo aver scritto al maresciallo Marmont che quello era il più bel giorno della sua vita perché poteva giustificare la fiducia riposta in lui, e dopo aver respinto un assalto al forte esterno costato ai russi 500 perdite, capitolò l’indomani. La guarnigione fu così sbarcata ad Ancona, liberata sulla parola di non combattere per un anno[94]. All’arrivo Orfengo fu arrestato e condotto a Zara per subire la corte marziale: condannato a 4 anni, evase durante il trasferimento al castello di Trieste, e, rifiutato dagli austriaci, fu accolto dai russi.

Con la pace di Tilsit la resa di Curzola creava imbarazzo, e perciò Orfengo fu spedito in Moldavia quale semplice “colonnello à la suite dell’armée”, meritando poi la croce di San Vladimiro[95]. Lì fu raggiunto nel 1809 dal figlio Ettore (1790-1866), il quale rimase vent’anni al servizio russo. Ferito alla Beresina e poi ancora nella guerra russo-turca del 1828, nel 1829 passò al servizio sardo come tenente colonnello e raggiunse il grado di maggior generale, comandando la Divisione di Genova (1844) e la 2a Divisione provvisoria di riserva (1848). Fu collocato a riposo nel 1849.  

Altri ufficiali al servizio russo: Faussone, Mussa, Davico, Raiberti

Altro assente dalla lista cagliaritana è Giacinto Faussone dei conti di Germagnano (1765-1850). Nobile di Mondovì, cornetta dei dragoni della Regina, combattente nella guerra delle Alpi con altri sei fratelli, di cui tre caduti all’Authion, a Tolone e alla ridotta di Fels [nell’azione in cui era stato fatto prigioniero il giovanissimo Filippo Paulucci]. Nel gennaio 1802 era ancora a Torino[96] e solo in seguito passò al servizio russo, raggiungendo il grado di tenente colonnello di cavalleria. Aiutante di campo del principe Potemkin, fu decorato della spada d’oro (1807) e delle croci di San Giorgio e Mauriziana (1815).

Nello stato generale del seguito dello zar servivano il tenente Mussa, già del Reggimento Saluzzo, ferito e decorato di spada d’oro al valore; e il capitano Davico, di Savona, già ufficiale della Legione truppe leggere, che aveva fatto, “très honorablement”, la campagna del 1807 in Prussia e quelle di Finlandia e Svezia del 1808-09[97]

Due piemontesi erano infine impiegati nell’amministrazione civile. Il cavalier Luigi Raiberti come consigliere di collegio nel dipartimento degli esteri e membro della commissione delle prede; e un Borelli di Torino, consigliere di corte e cavaliere di San Vladimiro, addetto al dipartimento di commercio[98]. Raiberti parlava benissimo russo, e nel 1809 ottenne 3.000 rubli di appannaggio, aumentati di altri 900 dopo la sua promozione a presidente del tribunale[99]. Nel 1811 continuava a godere “d’une grande réputation bien méritée”. Su di lui si proiettava però il risentimento dei commercianti rovinati dal sistema continentale, e la società russa reagiva comminando a Raiberti la morte civile. E così, con 4.000 rubli di appannaggio, lui e la moglie dovevano vivere tappati in casa, nel più completo isolamento[100]. Nel 1815, nondimeno, il capo del dipartimento delle dogane offerse a Raiberti un appannaggio di 2.500 rubli con appartamento e due domestici[101].

Il disertore Mordiglio: più fortunato di Barry Lyndon!

Durante la campagna del 1806-1807 nella Prussia Orientale, la Grande Armée subì terribili privazioni, che furono abilmente sfruttate dai russi per indurre un gran numero di diserzioni, soprattutto tra i militari non francesi. Ne parla nel suo diario Louis-Florimond Fantin des Odoards (1778-1866), ufficiale francese del 31e RI légère, reclutato in Piemonte e Liguria[102]. Solo dopo le prime sparizioni gli ufficiali si accorsero che tra gli uomini circolava un volantino in italiano, di cui il diario di Fantin conserva la seguente parafrasi in francese:

«Piémontais, n’êtes-vous pas las de servir un étranger oppresseur de votre patrie? Ne voyez vous pas qu’il vous a tous voués à une mort inévitable, et que vous ne versez votre sang que pour assouvir son ambition et retenir vos concitoyens dans l’esclavage? Quittez cette armée française, où vous ne pouvez rester sans honte, et où vous mourez de faim. Venez parmi les Russes qui sont les alliés de votre roi et qui combattent pour le rétablir sur son trône. Là vous serez libres de porter les armes sous des officiers de votre nation, ou d’aller demeurer en Russie, où l’on vous offre des terres et tout ce qui est nécessaire à votre établissement. Là vous trouverez l’abondance et des secours de toute espèce».

Si cercò invano di impedirne la circolazione: i cosacchi lo affiggevano agli alberi della foresta davanti alle posizioni del 31e e in breve tutti ne vennero a conoscenza. Secondo Fantin in altre circostanze l’appello non avrebbe avuto effetto, perché i soldati “amavano i loro ufficiali”: ma la fame faceva la differenza. Dopo le prime 50 diserzioni Ney montò su tutte le furie, minacciando di mandare il 31e nelle retrovie. Desolati, alcuni ufficiali e sottufficiali pensarono di mettersi in agguato nel bosco per acchiappare i disertori. Finalmente la terza notte ne presero uno, che tentò di giustificarsi dicendo di aver disertato perché aveva fame. Si pensò di dare un esempio fucilandolo; ma la notte seguente, sicuri che ormai, stracchi e soddisfatti, gli imperiali macellai fossero a nanna, altri tre furbi cacciatori disertarono con armi e bagagli.

Il più fortunato di questi disertori, non sappiamo da qual reggimento, fu il piemontese Mordiglio, che riuscì miracolosamente a presentarsi direttamente alo zar, il quale ne fu così colpito che non solo lo prese nella sua carrozza, ma lo fece cameriere “de confiance”, alloggiato a Palazzo senza nemmeno dover portare la livrea, “nourri et entretenu, et par dessus le marché il a 300 roubles pour s’amuser. En tout et partout, heureux les heureux!”, scrisse con una punta di invidia il nostro conte de Maistre[103].

I disgraziati di Orel

Non sono purtroppo in grado di precisare il numero dei sudditi sardi che entrarono nella Legione straniera costituita alla fine del 1812 a Orel coi disertori e prigionieri italiani[104], francesi e olandesi, e ancor meno nota (in Occidente) della coeva Legione russo-tedesca: rinvio perciò al saggio di V. R. Apuchtin, Formirovanie Legionov  iz plennych francuzov, ita’jancev i gollandcev v gorode Orle v 1812-13 godach, cortesemente segnalatomi dall’amico Sergej Sergeev. Sotto comando russo, ma al soldo inglese, la legione contava al 7 gennaio 1813 tre sole compagnie, nuclei di altrettante brigate, la 3a delle quali italiana. Peraltro nel febbraio di quell’anno il lager di Orel fu decimato da una terribile epidemia. Fra le seimila biografie di militari dell’Armata sarda 1799-1821 che ho messo insieme nel 2008 per una serie di opere su quel periodo, ho trovato solo due ufficiali che avevano servito nella legione russo-italiana, il sottotenente Lorenzo Emanuele Nocetto, di Chiavari, catturato mentre serviva nei Veliti napoleonici di Torino, e l’aiutante Federico Giuseppe Antonio Costa, di Alessandria, già al servizio spagnolo (probabilmente nella Divisione del marchese della Romana, spedita in Russia da Giuseppe Bonaparte, re francese di Spagna): entrambi presero poi parte alla campagna austro-sarda del 1815 in Savoia e furono epurati a seguito dei moti costituzionali del 1821.

Il disertore e lo scroccone: i cavalieri di Cortemiglia e di Camerana

Più accentuata nella Divisione napoletana che nelle due Divisioni italiche spedite in Russia, la diserzione dei coscritti “pigliati a forza” cessava non appena passato il Brennero[105]. Non conoscendo lingua, usanze e geografia, l’unica possibilità di disertare era infatti di passare le linee, com’era avvenuto nel 1807: ma nel 1812 non c’erano linee, solo terrificanti carneficine o spettrali marce nel vuoto molestate da partigiani e cosacchi. Questi massacravano pure i feriti lasciati sui tetti delle isbe alla pietà del nemico. Per disertare in quelle condizioni bisognava essere pazzi o ufficiali di qualità.

Come “M. de L….de C…” – ossia il piemontese, ma nato a Cagliari, Francesco Vittorio  Lunello dei signori di Cortemiglia (1789-1834). Il quale, “saisi par la conscription et mené jusqu’à Moscou, s’est servi de sa blessure pour se cacher à Moscou … [laissant] partir les Français sans lui”. La cosa più difficile fu non farsi fucilare come spia dal conte Fëdor Vasil'evič Rostopčin (1763-1826), il governatore militare di Mosca accusato dell’incendio e raffigurato in modo negativo in Guerra e Pace. E che de Maistre definiva “le plus soupçonneux et le plus sevère des hommes”. Il nostro eroe riuscì a commuovere quel Mangiafuoco, “au point que ce dernier lui a donné de l’argent pour se rendre dans la capitale, l’a adressé au gouverneur, ne pouvant être consideré comme prisonnier de guerre, et il me le recommande pour être reconnu sujet de S. M. [le roi de Sardaigne]”[106]

Il 26 agosto 1813 Lunello fu ammesso nella cavalleria russa e nella campagna di Germania e Francia meritò il grado di sotto-insegna (21 marzo 1814), la croce di San Giorgio di IV classe (5 febbraio) e la spada di Sant’Anna (18 aprile). Congedato il 21 agosto, fu ammesso tenente in Savoia cavalleria, passando poi capitano nei Cacciatori franchi e infine nella Brigata Piemonte e venendo riformato nel 1830 col grado di maggiore[107]

Filippo Incisa Germonio di Camerana (1790-1844), sottotenente del 111e RI de ligne[108], fu invece catturato il 39 novembre al ponte di Borisov. I prigionieri furono incolonnati per Novgorod, ma Filippo riuscì non si sa come a interessare de Maistre, il quale non solo gli evitò la deportazione, ma lo fece poi ammettere come insegna nel Reggimento di fanteria Nejšlotskij. Senonché il cavaliere di Camerana si giocò il prestito di 400 ducati incautamente fattogli da de Maistre per poter raggiungere il reggimento e finì invece in una lurida topaia assediato dai creditori. Il 4/16 giugno 1815, mentre sulla morne plaine si consumava il fato di Napoleone, Filippo fu espulso dall’esercito russo. E Galateri, invece di caricare i quadrati francesi insieme agli Scots Greys, doveva galoppare a Kiev, per andare a prelevare il giovanotto, mentre a San Pietroburgo de Maistre inveiva contro i parenti (“dégoutantes créatures piétrifiés”) che facevano i finti tonti per non indennizzarlo. Tanto la responsabilità di rimpatriarlo ce l’aveva la legazione sarda, prima di dover leggere sulle gazzette che un nobile piemontese era morto in galera. Il generoso cavalier L[unello?] aveva offerto 300 rubli, sufficienti per farlo arrivare almeno a Vienna. Galateri doveva scortarlo fin lì, poi si sarebbe visto come farlo proseguire per Torino[109]. Secondo gli archivi di famiglia rimase però “al servizio” russo (in fanteria? O in galera?) per 24 anni e “sbarcò a Genova” non prima del 20 aprile 1835[110].

Tra le cento icone che Tolstoj e Bondarčuk hanno inciso nella cultura universale, non è la minore la scena del francese salvato e rifocillato dai soldati russi, che ripaga “ses bons amis” cantando per loro, sotto le stelle, l’antica canzone Vive Henri Quatre (l’unica che veniva davvero cantata nei bivacchi della Grande Armée, altro che Marsigliese e A nous la victoire). La carità, tra mužik e carne da cannone, non era scontata, perché costava davvero. Tra ufficiali, razza umana, era diverso. Nelle memorie pubblicate nel 1942 da Carlo Zaghi (1910-2004)[111], il ferrarese Filippo Pisani (1788-1883), tenente dell’artiglieria a piedi italiana, racconta di come, ferito e stremato, fu raccolto dal generale Michail Andreevič Miloradovič (1771-1825) il quale lo affidò al comandante del reggimento Ladoga, che parlava italiano.

Da sergente a generale di fanteria: Geremia Savoini (1767-1836)

Il samaritano che si prese cura di Pisani era Geremia Savoini (Еремей Яковлевич Савоини. Nato nel 1767[112], secondo Pisani era figlio di un orologiaio fiorentino[113], trasferitosi in Russia su invito di Giuseppe De Ribas (1749-1800), e stabilitosi definitivamente a Odessa dopo la sua fondazione (1794). Ribas si occupò dell’educazione militare di Geremia e il 13/25 agosto 1784 lo ammise col grado di sergente, nel reggimento da lui comandato, i cavalleggeri di Mariupol (Мариупольский легкоконный полк) creato nel 1783 e in seguito divenuto il prestigioso 4° Ussari di Elisabetta Petrovna. Geremia fu alla presa di Hacıbey [Chadžibej, 25 settembre 1789, sul luogo in cui sorse poi Odessa] e di Bender (6 agosto 1790). Il 20 ottobre 1790 fu trasferito nei granatieri litorali di Nikolaev (Николаевский приморский гренадерский полк), sulla costa ucraina tra Cherson e Odessa. Fu ancora alla presa di Izmail (dicembre 1790) dove guadagnò le spalline da ufficiale, e alla battaglia di Macin (10 luglio 1791).

Savoini partecipò pure alla successiva guerra russo-turca, e dal 4 maggio 1808 al 34 dicembre 1812 ebbe il comando del Reggimento moschettieri (poi fanteria) del Ladoga [16-й пехотный Ладожский полк], prima come maggiore (4 maggio 1808), poi come colonnello (promosso sul campo il 21 settembre 1810) e “chef” del corpo (11 febbraio 1811), guadagnando la croce di San Giorgio di IV classe[114] per  la battaglia di Batin (Бани) del 26 agosto/7 settembre 1810 in cui fu distrutta un’armata turca che tentava di soccorrere la piazzaforte di Rusçuk.

Per la campagna del 1812 il reggimento Ladoga fu assegnato alla 2a Armata Occidentale di Bagration (VII corpo Raevskij, 26a Divisione Paskevič). Combatté a Saltanovka, (23 luglio), a Smolensk (16-18 agosto) e a Borodino (7 settembre), dove Savoini fu ferito alla gamba e al braccio sinistro. Durante l’inseguimento dei francesi si distinse nelle battaglie di žernovka e Krasnoe (15-18 novembre) e il 3 dicembre 1812 fu promosso maggiore generale e comandante della brigata Nel 1813 Savoini partecipò al blocco della fortezza di Modlin e alle battaglie di Dresda e Lipsia. Nel 1814 si distinse durante l'assedio di Amburgo, e fu insignito della croce di San Giorgio di 3a classe[115].

Savoini continuò a comandare la prima brigata della 26a Divisione fino al 27 novembre 1816, quando gli fu affidato il comando di una Divisione (prima la 4a, poi la 28a, 27a e 24a). Promosso tenente generale il 21 maggio 1825, il 22 settembre 1829 ebbe il comando del IV corpo e la presidenza del comitato per il recupero e la ricostituzione delle carenze nella fornitura di reggimenti. Promosso generale di fanteria il 6 dicembre 1833 con la nomina a membro dell’uditorato generale, morì il 19 aprile 1836 e fu sepolto nel cimitero evangelico di San Pietroburgo[116] (creato nel 1747 e detto di “Smolensk” dall’adiacente chiesa ortodossa dell’Icona della Vergine).

Un eroe russo-milanese di Borodino: Ignatii Petrovič Rossi (1765-1814)

Tra le decine di migliaia di milanesi che ogni giorno attraversano via Moscova e l’omonima stazione della metropolitana, solo un numero infinitesimale (e che ad ogni giro di calendario si approssima vieppiù allo zero), sa che prende il nome dalla grande vittoria napoleonica nella battaglia combattuta il 26 agosto/7 settembre 1812 alle porte di Mosca. Battaglia che i russi chiamano di Borodino (Бородинское сражение) e celebrano tutti gli anni come la loro più sfolgorante vittoria contro Napoleone. Ora gli intrepidi storia-nauti che mai dovessero arrivare un giorno a leggere questa pagina, sapranno che tra gli eroi russi di quella battaglia c’era un oriundo milanese, nipote di uno degli architetti italiani chiamati da Pietro il Grande a costruire San Pietroburgo; ma non così famoso da essere menzionato tra i colleghi di Rastrelli [117].

Pëtr  Rossi, figlio dell’architetto e padre del Nostro, aveva combattuto nella guerra dei Sette anni, riportando una ferita e la promozione a colonnello. Nato a San Pietroburgo il 17/29 gennaio 1765, a otto anni (2/14 febbraio 1772) Ignatii Petrovič Rossi (Игнатий Петрович Россий) fu ammesso nei cadetti d’artiglieria e genio, uscendone il 4/16 marzo 1781 come sottotenente dei Moschettieri di Narva. Promosso capitano il 1/13 gennaio 1786, prese parte alla guerra russo-svedese nel nuovo reggimento dei Moschettieri di Sofia, sulla squadra del principe Carlo Enrico Otto di Nassau-Siegen (1743-1808), partecipando alle azioni navali del 4/16, 13/25 e 21/2 settembre 1789 e del 23 maggio/4 giugno e 22 giugno/5 luglio 1790 nel Golfo di Ročensal’m (Svenskund o Ruotsinsalmi). Le galere russe, di modello veneziano e maltese, erano comandate da un altro milanese, Giulio Renato (Julij Pompeevič) Litta Visconti Arese (1763-1839)[118]

Maggiore nel 1789, tenente colonnello nel 1800 e colonnello il 6 aprile 1802, Rossi fu trasferito al comando dei Moschettieri di Pskov e il 13 luglio 1805 nominato “chef” [Шеф] dei Moschettieri di Volynija [formato il 16 marzo 1803, dal 1811 Reggimento fanteria Volynskij, пехотный Волынский полк, poi 53°]. Partito in novembre per il fronte, il reggimento non fece in tempo a prendere parte alla battaglia di Austerlitz, ma nell’estate del 1806 formò brigata coi Moschettieri di Reval, inquadrata nella 6a Divisione (generale Aleksandr Karlovič Sedmoracky). Questa a sua volta dipendeva dal V Corpo d’armata (Benningsen), che il 22 ottobre/3 novembre passò la frontiera a Grodno, il 5/17 novembre era a Ostrolenka e poi mosse su Pultusk. Agli avamposti sul fiume Wkra, presso Pomichowa, il reggimento ebbe le prime scaramucce col nemico, ma rimase im seconda linea durante la battaglia del 14/26 dicembre a Pultusk. Poi la Divisione fu mandata a Goniądz: nel gennaio 1807 passò nel I corpo (Essen) ma in febbraio fu assegnata all’Armata principale, radunata a Königsberg. Nella battaglia di Heilsberg (29 maggio/10 giugno) Rossi era all’ala sinistra col suo reggimento e marciò contro il nemico. A Friedland (2/14 giugno) era all’ala destra, comandata dal príncipe Aleksej Ivanovič Gorčakov (1769-1817), che fu decimata durante la ritirata, prima aprendosi la strada tra le fiamme del villaggio, poi mentre passava a guado l’Alle.

Promosso maggior generale il 12/24 dicembre, dal 1808 al 1811 Rossi comandò la brigata composta dai reggimenti Tobol’sk e Volynija, inquadrata nella 4a Divisione (principe Eugenio di Württemberg) e nel II corpo d’armata (Karl Gustav von Baggovut = Baggehufwudt, 1761-1812). Nel marzo 1812 il corpo fu inserito nella 1a Armata Occidentale (Barclay de Tolly). Il II corpo non prese parte alla battaglia di Smolensk del 4/14 agosto, ma l’indomani la 4a Divisione fu mandata di rinforzo ai difensori della città e il reggimento Volynija dette il cambio ai Cacciatori della guardia nel suburbio di Rachenskom, difeso dalla 27a Divisione.

A  Borodino il II corpo formava l’estrema ala destra, e durante la battaglia fu inviato a rinforzare il centro e l’ala sinistra. Mentre conduceva la brigata al burrone di Semenov, Rossi fu gravemente ferito alla testa. Decorato dell’Ordine di San Vladimiro di 3a classe, riprese servizio un anno dopo presso la cavalleria dell’Armata di Polonia (Benningsen). Alla battaglia di Lipsia comandò la I Brigata (reggimenti Velikoluki e Galizia) della 13a Divisione e guadagnò la stella di Sant’Anna. In seguito prese parte all’assedio di Magdeburgo e il 3/15 novembre respinse una sortita francese, meritando la croce di 2a classe dell’Ordine prussiano dell’Aquila Rossa. L’11/23 gennaio 1814 raggiunse il blocco di Amburgo, assegnato al corpo centrale comandato dal conte Tolstoj che occupava l’area dal villaggio di Gum alla riva sinistra dell’Alster. Distintosi durante la sortita del 14/26, Rossi progettò un attacco su tre colonne dal sobborgo di  Ochsenwerder, attraversando l’Elba ghiacciata. Favoriti dalla nebbia, la sua brigata e alcune centinaia di patrioti tedeschi arrivarono agli avamposti francesi, ma Bennigsen sospese l’operazione. Rossi prese parte all’attacco notturno del 5/17 febbraio su Wilhelmsburg  e fu insignito della spada d’oro e diamanti con la scritta “coraggio”. Ma la ferita di Borodino e le fatiche della campagna in Germania ne avevano ormai minato la salute e il 10 novembre 1814 morì nella casa della moglie in Curlandia.  .

Il primo prigioniero del Caucaso: Ivan Petrovič Delpozzo (1739-1821)

Les prisonniers du Caucase narra le avventure di un idiota, il maggiore greco-russo Kascambo, fattosi stupidamente sequestrare dai briganti ceceni, e immeritevolmente liberato dal fedele attendente Ivan Smirnoff. Xavier de Maistre scrisse la novella nel 1813, ma fu pubblicata solo nel 1825, quattro anni dopo l’omonimo poemetto byroniano di Puškin, un inno alla libertà ispirato alla bellissima ballerina Avdotia Ilyinitshna Istomina (1799-1848)[119]. Un vero e proprio remake è invece quello fatto, con lo stesso titolo, da Tolstoj nel 1872 e considerato un racconto d’avventura per ragazzi; e a sua volta riscritto nel 1994 da Vladimir Semënovič Makanin (1937) come apocalissi dell’imminente guerra russo-cecena[120].

La vicenda romanzata da de Maistre e Tolstoj era realmente accaduta; al toscano Giovanni Delpozzo, che a trentanove anni, nel 1775, si era arruolato nell’esercito russo e nel 1795 era stato promosso colonnello e comandante dei moschettieri di Kazan sulla Linea del Caucaso[121]. Dalle note di servizio si ricava che alcune sue richieste allo zar Paolo I, e giudicate “indecenti” («неприличной»), gli erano costate le dimissioni dal servizio (16 agosto 1798). Rimasto però nella fortezza di Ivanovo sul Terek, e il 20 settembre 1802, mentre passava vicino al villaggio di Porabočenskoe con tre soli cosacchi di scorta, fu sequestrato dai briganti ceceni e tenuto per un anno in catene a Germenčuk, finché il comandante del Caucaso, il valoroso principe Pavel Dmitrievič  Cicianov (1754-1806), non lo riscattò per 8.400 rubli[122] .  

A compenso delle sue sofferenze, Delpozzo fu promosso maggior generale e governatore della Kabarda. Al contrario dei suoi predecessori, cercò di promuovere la collaborazione fra le tribù e le autorità russe, rispettando la religione e le usanze, promuovendo l’educazione, il commercio e la giustizia e regolando l’uso del territorio. Queste misure furono però malviste dai militari e dai coloni russi, mentre non riuscì a coinvolgere la milizia kabardina nella repressione del banditismo ceceno. Nominato il 19 febbraio 1810 capo del reggimento di guarnigione di Vladikavkaz e comandante della fortezza e del distretto, Delpozzo potenziò la strada militare della Georgia[123] e fortificò il territorio. Promosso comandante della 19a Divisione il 2 ottobre 1814 e delle truppe sulla Linea del Caucaso, Delpozzo giudò una spedizione a Kabarda che ebbe scarso successo. Nel 1818, su richiesta di Ermolov, fu trasferito a comandare Astrachan, dove morì nel 1821.  

Nota sugli ordini militari russi nella guerra patriottica

Istituito nel 1762 da Caterina II, l'Ordine di San Giorgio è la più alta onorificenza puramente militare dell’Impero russo, ripartita in 4 classi a seconda del grado: I feldmaresciallo, generale di fanteria e di cavalleria; II tenente e maggior generale (eccezionalmente colonnello), III ufficiali superiori; IV ufficiali inferiori. Distintivo: croce smaltata con al centro l'immagine di San Giorgio. Colori del nastro nero e arancione. Durante la guerra patriottica (1812-14) la I classe fu assegnata solo a tre russi (Kutuzov, Barclay e Benningsen) e a quattro esteri; la II a 24 russi e 12 esteri; la III a 123 e 33, e la IV a 491 e 127. Naturalmente i nostri piemontesi sono inclusi fra i russi. I dati relativi alla IV classe sono però approssimativi. L’unica statistica completa è infatti quella compilata nell’aprile 1813, che include 1.195 decorati a partire dal febbraio 1770.    

Istituito anch’esso da Caterina II nel 1782, l'Ordine di San Vladimiro ricompensava i servizi distinti, sia militari che civili. La croce era di smalto rosso con al centro l’acronimo “C. P. K. B.” (San Vladimiro), il nastro rosso-nero. Nel 1812-14 la I classe fu attribuita a 12 generali e la II a 95, la III a centinaia di ufficiali superiori e la IV a migliaia di ufficiali inferiori e funzionari di alto livello.

L’uso di premiare il valore con una spada dall’impugnatura d’oro risale in Russia al 1720. Sospeso da Paolo I, fu ripristinato nel 1805 e, con decreto del 28 settembre / 10 ottobre 1807 gli ufficiali decorati della spada d’oro furono inclusi nell’Ordine dei Cavalieri. La decorazione era di tre classi: la spada d’oro con diamanti, riservata ai generali: la spada d’oro “al valore” («За храбрость») e la spada di S. Anna (corrispondente alla 3a classe dell’Ordine di S. Anna).

La Galleria militare del Palazzo d’Inverno

Nel 1819 il principe Edoardo, duca di Kent e padre della futura regina Vittoria, riempì le gazzette con la cronaca del suo fastoso viaggio attraverso l’Europa liberata dal Mostro. Lo accompagnava, tra gli altri, il famoso pittore George Dawe (1771-1829), incaricato di ritrarre tutti i personaggi incontrati dal duca. Il suo lavoro attrasse l’attenzione dello zar, che lo volle a San Pietroburgo per eternizzare la memoria della guerra patriottica ritraendo tutti i generali che vi avevano preso parte, inclusi i morti e quelli che non ebbero mai occasione di sottrarre ai propri impegni il tempo di una seduta dal vivo. I ritrattisti erano infatti in grado di rendere “fedelmente” volti di assenti e defunti. La lista dei generali, redatta personalmente da Alessandro I, comprendeva 349 nomi. Dawe ci lavorò dieci anni insieme a due assistenti russi, Aleksandr Poljacov e Vasilij (Wilhelm August) Golike, e poté eseguire 333 ritratti prima di essere stroncato da un gelido inverno russo.

I ritratti, a mezzo busto, a capo scoperto e in alta uniforme, con gradi e decorazioni dipinti con accuratezza, furono collocati nel Palazzo d’Inverno, in una Galleria con volta a botte appositamente progettata dall’architetto napoletano Carlo Rossi e costruita a tempo di record, tra il giugno e il novembre del 1826, nel centro del blocco principale del Palazzo, tra la Piccola e la Grande Sala del Trono, a poca distanza dalla Cappella. La galleria fu inaugurata con una solenne cerimonia il 25 dicembre 1826. Vi intervenne pure Dawe, ormai più ammirato in Russia che in Inghilterra. Puškin gli dedicò un poema, e nel 1828 fu nominato primo ritrattista di corte.   

I ritratti corrono lungo le pareti su 5 file di 70, in ordine alfabetico per nome di battesimo, anziché per cognome[124]. Vi sono il nizzardo Michaud N. 15, il modenese Paulucci N. 103, l’oriundo milanese Rossi N. 130, il piemontese Galateri N. 144 e il fiorentino Savoini N. 331. Mancano Manfredi e Venanzone, oltre al pedagogo Gianotti e ai “georgiani” Delpozzo e X. de Maistre. Il numero pareggia quello dei generali italiani di Napoleone i cui nomi sono incisi sui lati Est, Sud e Ovest dell’Arco di Trionfo di Parigi, ideato nel 1806 e completato nel 1836; i milanesi Bartoletti e Teulié, i piemontesi Colli Ricci e Campana, il faentino Severoli, il nizzardo Rusca. Sei su 660 nomi di generali, alcuni della Rivoluzione e la maggior parte del 1804-1814. Eppure i generali italiani al servizio di Napoleone furono 117 (15 nell’esercito francese, 42 nell’italico e 60 nel napoletano), senza contare 16 savoiardi e 2 nizzardi.

Notes:

[1] Ringrazio l’amico Mario Corti e la signora per la cortese, paziente, approfondita, arricchente e oltre tutto fulminea revisione di questo testo (26 agosto 2013). E gli amici Paolo Cau, Giampaolo Buontempo, Davide Shamà e Tomaso Vialardi di Sandigliano per preziose segnalazioni archivistiche e genealogiche.

[2] Presidente della Società Italiana di Storia Militare.

[3] Al quale ho dedicato, in collaborazione con Maurizio Lo Re, Piero Crociani e Tatiana Polomoshnykh, una speciale monografia, маркиз Русской. Filippo Paulucci delle Roncole (1779-1849), in corso di pubblicazione per Gaspari Editore di Udine. Ringrazio la prof. T. Polomoshnykh, dell’Università di Cassino, per l’aiuto nella ricerca e la traduzione delle fonti russe utilizzate per questo saggio, e per le suggestioni relative alle connessioni con la storia della letteratura russa. 

[4] Ilari e Crociani, Storia militare dell’Italia giacobina (1796-1802), Roma, USSME, 2001, I,  pp. 19-164 (“La retrovia Subalpina”).

[5] I 14 dipartimenti transalpini e tirrenici annessi all’Impero e i due regni napoleonici di Milano e Napoli).

[6] Cfr. Rémy Chamousset, Les émigrés français en Russie, 1789-1815, Mémoire de Master 1 Sciences humaines et sociales, Université Pierre Mendès-France, Grenoble, 2011 (online).

[7] Domenico Caccamo, voce “Ciampi, Sebastiano”, in Dizionario Biografico degli Italiani, 25, 1981.

[8] Notizie di medici, maestri di musica e cantori, pittori, architetti, scultori, ed altri artisti italiani in Polonia e polacchi in Italia con appendice degli artisti italiani in Russia, Lucca, Dalla Tipografia di Jacopo Balatresi, 1830, p. 157: “Militari, quasi tutti piemontesi. Venançon [Trinchieri di Venanzone], generale in Russia, emigrato tornato dopo la pace al servizio del suo re di Sardegna. Galate[r]i, generale come sopra. Sion [?], generale in queste ultime campagne. Michelaux [Michaud], due fratelli generali, uno vive. Paulucci, generale, marchese, di Modena, governatore militare di tre province, in Russia. Biurnò [?], Meiran [Patono di Meirano] colonnelli. Cinatti [Gianotti], non sò che grado avesse. March. Serristori, di Firenze, colonnello del genio. Tripoli [?], maestro di lingue alla marina”.

[9] Sujets de S. M. le Roi de Sardaigne qui sont au service de Russie (ASC, Ministro degli Esteri, 18..). L’elenco, in ordine discendente di grado, inizia stranamente col generale Carlo Andrea Pozzo di Borgo (1763-1842), che però era corso. Seguono 2 colonnelli (Xavier de Maistre, Galateri), 3 tenenti colonnelli (“Vanangon”, Manfredi, Gianotti), 4 maggiori (Zino, Michaud, de Zundler, Michaud le cadet), 4 capitani (Davico, Pavecchia, Mussa, Rodolphe de Maistre), 2 ufficiali in congedo (tenente colonnello Teseo e maggiore Rana), e altri tre impiegati nella commissione delle prede (Raiberti), al deposito di commercio (Borelli) e il colonnello soprannumerario Martin d’Orfengo. Sette avevano la croce di San Vladimiro (Galateri, i due Michaud, Zundler, Pavecchia, Borelli e Orfengo), due quella di S. Giorgio di 4a (Galateri e Manfredi), uno quella di S. Anna di 3a (Rodolphe de Maistre) e uno la spada d’oro (Musso).   

[10] V. Марио Корти (Mario Corti), Фрязи, in Всемирное слово (Lettre internationale), 2005, n. 17-18, pp. 169-176. Id., “Storie di Italiani in terra di Russia”, in La Nuova Europa. Rivista internazionale di cultura, luglio 2006, pp. 79-85. Id., “Italiani nel tempo e nello spazio russo. Pagine ancora da riempire. Problemi di identificazione”, relazione presentata all’Università Linguistica Statale di Irkutsk in occasione dell’Anno dell’Italia in Russia, Irkutsk, 22-24.09.2011, in Slavia, Rivista trimestrale di cultura, N. 1, 2012. i. http://www.mario-corti.com/press/

[11] Словарь русских генералов, участников боевых действий против армии Наполеона Бонапарта в 1812-1815 гг  // Российский архив (Dizionario dei generali russi che parteciparono alle operazioni militari contro l’Armata di Napoleone Bonaparte nel 1812-1815), Сб.-М., студия «ТРИТЭ» Н. Михалкова, 1996. (online nel sito http://www.museum.ru/museum/1812/index.html) Отечественная война 1812 года. Биографический справочник (online http://www.brdn.ru/person/320.html). Список российских командиров наполеоновских и революционных войн, Материал из Википедии. La ru.wikipedia include inoltre gli elenchi alfabetici di tutte le decine di migliaia di cavalieri (кавалеры) dei vari ordini russi, suddivisi per classi. Per fare lavori del genere bastano serietà, ordine, spirito di squadra e burocrazie non autoreferenziali. Basta, quindi, non essere italiani.

[12] D. M. a Rossi, 29/8-19/9 e 28(9-10/10 1804 (Corresp., I, N. 63 e 69, pp. 219 e 239).

[13] D. M. a Rossi, 22/7-3/8 1803 (Corresp., I, N. 45, p. 119).

[14] D. M. a Rossi, 2-14/8 1804 (Corresp., I, N. 57, p. 199).

[15] D. M. a Rossi, 29/8-19/9 1804 (Corresp., I, N. 63, p. 217).

[16] D. M. al re di Sardegna, 2-14/1 1805 (Corresp., I, N. 81, p. 316).

[17] D. M. al conte di Front, da Polotsk, [maggio/giugno] 1812: “Il me donna en arrivant beaucoup de souci, à raison des peines terribles que lui causèrent quelques officiers piémontais qui sont ici” (Corresp., IV, N. 342, p. 170 = Correspondance  diplomatique de Joseph de Maistre, 1811-1817, recueillie et publiée par Albert Blanc, Paris, Michel Lévy Frères, 1861, T. I, p. 129. Cfr. pure Corresp., IV, N. 321, p. 22).

[18] D. M. al re, 20/8-1/9 1811: “On croyat que Paulucci était piémontais: J’ai rectifié l’opinion à cet égard d’une manière qui puisse le rendre utile aux sujets de Votre Majesté, sans qu’il puisse jamais leur nuire” (Blanc, Corresp. Diplom., cit., I, p. 18).

[19] Col sequestro dei mercantili francesi nei porti sardi nel gennaio 1808, gli accordi con la giunta di Cadice per arruolare parte dei piemontesi catturati in Spagna e i progetti anglo-austriaci per uno sbarco diversivo di truppe sarde e siciliane in Liguria nella primavera del 1809.

[20] D. M. a Rossi, août 1809 (Corresp., III, N. 289, p. 282). Blanc, Mémoires politiques et correspondance diplomatique de Joseph de Maistre, 1858, p. 336: “tout depend du comte Arakčeev qui s’est cabré contre les Piémontais”. Cfr. Alfred Berthier, Xavier De Maistre. Étude biographique et littéraire, Lyon-Paris, Librairie Catholique Emmanuel Vitte, 1918, p. 99.

[21] D. M. a Rossi, nov. 1809 (Corresp., III, N. 209, pp. 331-332).

[22] Lettera del 27 settembre 1813 da San Pietroburgo (Archivio del Principe Voroncov, ordinato da P. I. Bartenev, Mosca, Tip. A. I. Mamontova, 1870-1897. T. 19: Carte di  Alessandro e Semën  Romanovič Voronzov, 1881, p. 212.

[23] D. M. al Re, 7-19/12 1814 (Corresp., IV, N. 387, pp. 478-479).

[24] Ilari, Crociani e Stefano Ales, Il Regno di Sardegna nelle guerre napoleoniche e le legioni anglo-italiane (1799-1815), Invorio (NO), Widerholdt Frères, 2008, pp. 355-438.

[25] Piero Crociani, “Gifflenga, Alessandro de Rege di”, in Dizionario Biografico degli Italiani,  Roma, Treccani, vol. 54, 2000.

[26] Ilari, Crociani, Ales, op. cit., pp. 471-530.

[27] G. V. Ljapišev, “Георгевский кавалер Осип Игнатьевич Манфреди” (il cavaliere di San Giorgio Giuseppe Ignat’yevič Manfredi), in Отечественная война 1812 года. Источники. Памятники. Проблемы: материалы XII Всероссийской научной конференции, Бородино, 6-7 сентября 2004 г., Можайск, 2005, pp. 291-299.  V. pure Отечественная война 1812 года. Биографический справочник (online http://www.brdn.ru/person/320.html).

[28] Dopo averlo “habillé”, de Maistre l’aveva raccomandato a Chichagov, il quale lo trattenne tre ore a colloquio, dicendogli che gli avrebbe assegnato 5 o 6 ufficiali. Invece di una semplice stanza, godeva di un appartamento con due stufe, del valore di 500 rubli (D. M. a Rossi, 28/8-10/9; 2-14 1805: Corresp., I, N. 63, p. 218; N. 83, pp. 322-323).    

[29] D. M. a Rossi, 29/8-10/9 1804 (Corresp., I, N. 63, p. 219).

[30] D. M. a Rossi, 28/9-10/10 1804 (Corresp., I, N. 69, p. 239).

[31] D. M. a Rossi, 2-14/2 1805 (Corresp., I, N. 83, p. 322-323).

[32] D. M. a Rossi, 5-17/7, 10-22 e 19-31/8 1806 (Corresp.,  I, N. 163, 173 e 174, pp. 148, 180 e 183).

[33] № 1809 (795); 9 сентября 1807.

[34] D. M. a Rossi, nov. 1809 (Corresp., III, N. 292, p. 340).

[35] Un guascone, protégé di Potemkin, cavaliere di San Giorgio di 4a classe (N. 971, 26 novembre 1792).

[36] D. M. al re di Sardegna, 5 marzo 1810 (Corresp., II. N. 300, pp. 401-402).

[37] Decreto N. 376 del 9/21 agosto 1814.

[38] D. M. a Rossi, 28/7-9/8 1816 (Blanc, Corr. dipl., II, p. 252). Manfredi era pure cavaliere Mauriziano.

[39] V. Giuseppe Roberti, “Benedetto Patono di Meirano e i suoi Mémoires”, in Miscellanea di storia italiana, Torino, Fratelli Bocca, vol. 41 (3a Serie,  X), 1905, pp. 1-26. Giovanni Merla, O bravi guerrieri! L’arrivo di Napoleone in Italia e la guerra delle Alpi, Edizioni del Cerro, 1988, p. 36. Alberico Lo Faso di Serradifalco, La difesa di un Regno. Il sacrificio dell’esercito del Regno di Sardegna nella guerra contro la Francia, 1792-1796, Udine, Gaspari, 2009, pp. 463, 588. La Biblioteca dell’università di Torino possiede un manoscritto di Patono (Coup d’oeil géographique et statistique sur le territoire des departements qui forment la 27e DM), dettato a Berlino, dov’era esule, consegnato a Bignon e finito nelle mani di Carlo Giovanni Denina (1731-1813). Patono pubblicò a Berlino (C. Quien), nel 1799, pure una commedia in un atto su Federico II di Prussia (Une matinée du philosophe de Saint-Souci) e un dramma in tre atti (L’Inquisiteur de Tortose); e nel 1804 il saggio Le Margrave Charles et la marquise de Salmour Balbiano.

[40] D. M. a Rossi, 29/5-10/6 1806 (Corresp., II, N. 156, p. 127).

[41] Tomaso Vialardi di Sandigliano, “Contributi per una storia della massoneria in Piemonte: all’Oriente dei Reggimenti Piemontesi”, in Studi Piemontesi, XXX, 1, 2001, pp. 151 ss. Id., "Dama di voluttà, spia al servizio del Re Sole, grande collezionista: Jeanne Baptiste Scaglia di Verrua d'Albert de Luynes", 2008, nt 21.

[42] Secondo de Maistre era stato proposto per una semplice croce di San Vladimiro (D. M. a Rossi, janv. 1808, Corresp., II, N. 249, p. 15).  La croce di S. Giorgio gli fu concessa con decreto № 1806 (794) del 9 settembre 1807.

[43] D. M., Carnets, 3/5 mai 1808 p. 188. Cfr. Corresp., II, N. 249, p. 15.

[44] Berthier, Xavier de Maistre, Lyon-Paris, 1918, p. 99.

[45] detto in russo Осип Петрович Траншери де Венансон (cfr. Corti). Le notizie sul servizio russo sono tratte da война 1812 года. Биографический справочник (online http://www.brdn.ru/). Cfr. Alexander Mikaberidze, Russian Officer Corps of the Revolutionary and Napoleonic Wars, Casemate Publishers, 2005.

[46] D. M. al re, [settembre] 1811 (Corresp., IV, N. 321, p. 29: “il a gagné beaucoup d’argent et d’avancement à cette position avantageuse, qu’il mérite d’ailleurs”). 

[47] D. M. al re, 7-9/12 1814 (Corresp., IV, N. 387, p. 478).

[48] Gazzetta di Milano, 24 agosto 1820, N. 237, p. 1215. Era decorato pure della croce prussiana Pour le Mérite (8 dicembre 1813).

[49] Giorgio Marsengo e Giuseppe Parlato, Dizionario dei piemontesi compromessi nei moti del 1821, Istituto per la storia del Risorgimento italiano, Comitato di Torino, II, 1986, p. 286. 

[50] Chiamato “Galaté” da de Maistre e Иосиф Николаевич Галатте де Жепола dai russi (cfr. Corti). Le notizie sul servizio russo sono tratte da война 1812 года. Биографический справочник (online http://www.brdn.ru/).

[51] La motivazione (tradotta in italiano) della croce è riprodotta da Cesare Saluzzo (1778-1853) nei Ricordi militari degli stati Sardi estratti da parecchie opere sia stampate che manoscritte, 2a ed., Torino 1859, p. 249.  

[52] Certo non l’omonimo violoncellista (1811-1863) e nemmeno il famoso astronomo Friedrich Theodor (Fëdor Ivanović) von Schubert (1758-1825) che aveva servito nel genio topografico russo dal 1789 al 1814 e le cui memorie di guerra sono state pubblicate solo nel 1962 (Unter dem Doppeladler. Erinnerungen eines Deutsches im russischem Offiziers-Dienst, 1789-1814, Herausgegeben und eingeleitet von Erik Amburger, Stuttgart, Koehlen, 1962).

[53] D. M. al re, 19-31/1 1806 (Corresp., II, N. 135, p. 22).

[54] Rimessa da Galateri al suo ADC, ten. Saracco, il 16 febbraio 1840, e pubblicato dal conte Annibale Galateri di Genola e di Suniglia (Fedeltà ed ardimenti piemontesi 1806-1813, Bologna Coop. Tip. Azzoguidi, 1940, pp. 4-8. Estratto dagli Atti del Congresso Nazionale di Storia del Risorgimento Italiano di Venezia, settembre 1936). 

[55] Decreto N. 1802 (788) del 7/19 settembre 1807. «В воздаяние отличного мужества и храбрости, оказанных в сражении с турецкою эскадрою 19 июня, где, находясь на корабле "Сильном", во все время сражения был на шканцах и на юте, замечал движение неприятельской эскадры и примером храбрости и присутствия духа поощрял людей к неутомимости. »

[56] D. M. a Rossi, nov. 1809 (Corresp., III, N. 292, p. 337).

[57] Фаддей Фёдорович Штейнгель (1762-1831),

[58] Nelle note autobiografiche in seguito presentate da Galateri e studiate da Piero del Negro, si legge che il 19 settembre 1812 aveva respinto cinque attacchi presso Riga (a Bauska?) e che il 2 novembre era arrivato per primo alle porte di Königsberg dove non poté entrare per una caduta da cavallo. Sorprendentemente, si attribuiva il merito del negoziato col generale Yorck, il che è tanto più singolare considerando che a Torino era ben noto l’operato di Paulucci.

[59] Cfr. “Липранди Иван Петрович”, in Биография.ру - наиболее полное собрание биографий (online http://www.biografija.ru/biography/liprandi-ivan-petrovich.htm).

[60] Testo in Annibale Galateri, op. cit., pp. 9-11.

[61] D. M. a Vallesa, 19-31/10 1816 (Blanc, Corr. dipl., I, p. 276).

[62] Era inoltre cavaliere di 2a classe dell’ordine austriaco di Leopoldo e decorato della sciabola d’oro con diamanti “al valore” russa. 

[63] Piero Del Negro, voce “Galateri, Gabriele”, in Dizionario Biografico degli Italiani, Roma, Treccani, vol. 51, 1998. Id., “Un ufficiale piemontese al servizio dello zar e della ‘buona causa’. L’esperienza russa di Giuseppe Maria Gabriele Galateri” (1799-1816)”, in A. O. Boronoev, E. R. Olkhovsky (a cura di), Glimpses of Russian history. Inter-university collection of articles dedicated to the 60th anniversary of G. A. Tishkin, Moscow, Parad, 2001, pp. 267-288.

[64] V. Piero Crociani, voce “Michaud, Alessandro”, in Dizionario Biografico degli Italiani, Roma, Treccani, vol. 74, 2010. Словарь русских генералов Т. VII, cit., pp. 476-477.

[65] Decreto N. 2176 del 19 giugno 1810: «В воздаяние отличнаго мужества и храбрости, оказанных в сражении против турок 19 мая при Туртукае, где, командуя охотниками, первый дебаркировался и, несмотря на полученный при сем ушиб и неприятельские ружейные выстрелы, быстро взбежал на вышину, потом, сбив неприятеля, преследовал его и удержал тем в безопасности нашу переправу».

[66] D. M. a Rossi, 14-26/4 1811 (Corresp., IV, N. 320, pp. 15-16).

[67] D. M. a Rossi, 11-23/9 1812 (Corresp., IV, N. 348, p. 12 = Blanc, Corresp. dipl., I, p. 185: “la nouvelle de la prise de Moscou a été portée ici par le chevalier Michaud, excellent officier et fort estimé à l’armée”).

[68] Nel 1813 fu decorato delle croci di San Vladimiro di 3a e di Leopoldo (austriaca) e dell’Aquila Rossa (prussiana) di 2a. Nel 1814 ebbe la gran croce mauriziana, gli ordini bavarese e wurttemburghese e la spada d’oro “al valore”; nel 1815 l’ordine reale francese di San Luigi.

[69] D. M. a Vallesa, 17-29/7 1814 (Blanc, Corresp. dipl., I, p. 386).

[70] ASC, Sujets de S. M., cit.

[71] Torun in Polonia, assediata dal 16 febbraio al 16 aprile 1813.

[72] D. M. a Rossi, 24/4-6/5 1813 (Blanc, Corresp. dipl., I, p. 330).

[73] D. M. a Rossi, janvier 1808 (Corresp., III, N. 249, pp. 14-15). A Mme Alexis de Saint Reval scriveva, il 28 dicembre 1806 (9 gennaio 1807): “Tu aurais fait une belle oeuvre en donnant mes livres au chevalier Gianotti! Vive la Géographie! Tu sais bien que ces livres ne peuvent être remis qu’à de vaisseaux qui repassent le détroit [de Gibraltar] pour venir dans la Baltique. Si cependant les caisses devaient être ouvertes à la douane de Cagliari, je rétracte les commissions; je ne veux point qu’on fourrage là dedans. Je te répête l’adresse de l’Amiral [Čičagov] dont tu peux te prevaloir” (Corresp., II, N. 192, p. 301).

[74] Nel 1812 l’imperatrice madre non permise al quindicenne Nicola di prendere parte alla campagna. Solo il 5/17 febbraio 1814 i fratelli minori dello zar poterono partire per il fronte, accompagnati dal generale Matvej Ivanovič Lambsdorf (Gustav Matthias Jakob von Lambsdorff, 1745-1828), pedagogo dei granduchi, dal colonnello Gianotti (Занноти, Дзанотти, Джанотти) e da altri quattro professori. Giunti a Berlino il 6 marzo, proseguirono per  Lipsia, Weimar, Francoforte, Bruchsal, Rastatt, Friburgo e Basilea (dove sentirono il rombo delle artiglierie dell’assedio di Grüningen). Entrati in Alsazia per Altkirch, raggiunsero la retroguardia  russa a Vesoul, ma lo zar li rimandò a Basilea e li fece venire a Parigi solo dopo l’abdicazione di Napoleone. Nel 1815 l’istruzione militare dei granduchi fu considerata prioritaria e affidata al generale del genio Karl Ivanovič Oppermann (1766-1831), coadiuvato dal colonnello Andrej Ivanovič Markevič (1771—1832) per lo studio dei “movimenti militari” («военными переводами») e da Gianotti per la lettura delle opere di Henry Lloyd (1718-1783) sulla guerra dei Sette anni e di Pierre-François-Félix-Joseph Giraud (1764-1821) sulle campagne del 1814 e 1815 e l’analisi di un progetto per "La cacciata dei turchi dall'Europa, date certe condizioni" («об изгнании турок из Европы при известных данных условиях»). In seguito studiarono scienza delle finanze con Michail Andreevič Balužanskij (1769-1847) e storia russa (del 1530-1612) con Nikolaj Isaevič Akhverdov (1754-1817). A. M. Зайончковский (Andrej Medardovič Zajončkovskij, 1862-1926), Восточная Война 1853-1856, Полигон, 2002, I (Глава I:< “Великий князь Николай Павлович до вступления на престол” = Capitolo I: “Il Granduca Nicola prima dell’ascesa al trono”). N. K. Шильдер (Nikolaj Karlović Schilder), Император Николай Первый: его жизнь и царствование (Lo zar Nicola I, la sua vita e il suo regno), Чарли, 1997, pp. 37 ss.Б. Н. Тарасов (Boris Nikolaević  Tarasov),  Николай Первый и его время: документы, письма, дневники, мемуары, свидетельства современников и труды историков (Nicola I e il suo tempo: documenti, lettere, diari, memorie, testimonianze di contemporanei e opere di storici),Олма-Пресс, 2000. Игорь Зимин (Igor’ Zimin), Детский мир императорских резиденций. Быт монархов и их окружение (Il mondo infantile delle residenze imperiali. La vita quotidiana dei monarchi e la loro cerchia), e-book, Litres, 2010.

[75] Gianotti, cav. Luigi Angelo Andrea Giuseppe (1755/59-1827), nato a Torino, fu Marcello, cadetto e allievo alle R. scuole d’art. e genio (21.5.1778), sottotenente del genio (25.5.1782), tenente d’armata (15.4.1784), tenente del genio (11.12.1784), capitano tenente (24.6.17..), capitano, professore di geometria pratica alle scuole teorico pratiche d’artiglieria e fortificazione (1787), partecipò alle campagne del 1793-95 e 1797 (maggio-ottobre), compiendo lavori a Demonte, e poi agli assedi austro-russi delle Cittadelle di Torino e Alessandria (1799). Inviato dal re quale tecnico militare presso Suvorov, e insignito dell’Ordine Mauriziano (28.4.1804), fu ammesso nel genio russo col grado di capitano nel maggio 1804. Prese parte alla campagna navale del 1805-1807 a Corfù e alle Bocche di Cattaro, poi a quelle del 1808-09 in Moldavia e Valacchia, partecipando all’assedio di Silistria. Avanzato sino a brigadiere, nel 1809 fu dichiarato ribelle dal governo francese e bandito in perpetuo dal Piemonte. Nel 1810 fu nominato istruttore militare dei granduchi Nicola (futuro zar Nicola I) e Michele che accompagnò in Germania e in Francia (1814-15). Decorato delle croci di S. Vladimiro di 3a e di S. Anna di 2a classe, nel 1816 fu promosso maggior generale e comandante generale del genio e diresse l’ammodernamento delle fortificazioni di Sebastopoli. Congedato nell’agosto 1817, tornò al servizio sardo come comandante in capo del genio militare e civile (22.10.1817). Dotato di una pensione di 1.200 lire sui beni dell’Ordine Mauriziano (8.2.1818), fu presidente del congresso di architettura del

[76] D. M. a Rossi (Corresp., I, N. 63, p. 217).

[77] D. M. a Rossi, Per il lettore non esperto di letteratura russa, Anna al collo (Анна на шее) è il titolo di un famoso racconto di Čechov, che ha ispirato vari film e fumetti e pure un film-balletto.

[78] D. M. al conte di Roburent, 20/12/1806 - 1/1/1807 (Corresp., II, N. 189, p. 276).

[79] D. M. a Rossi, 20/1-1/2 e 6-18/3 808 (Corresp., III, N. 251 e 256, pp. 36 e 84-85).

[80] ASC, Sujets de S. M., cit.

[81]  D. M. a (Corresp., III, pp. 339-340: circa la conoscenza della lingua russa,” 

[82] ASTO, Ruoli Ufficiali 1814-1861, reg. 2663. Enciclopedia Militare,  VI, p. 399.

[83] ASC, Sujets de S. M., cit.

[84] ASC, Sujets de S. M., cit.

[85] D. M. a Rossi, 29 agosto/10 settembre 1804 (Corresp., I, N. 63, p. 217).

[86] Blanc, Mémoires politiques et correspondance diplomatique de Joseph de Maistre, 1858, p. 336.

[87] D. M. a Rossi, [s. d.] 1811 (Corresp., IV, N. 321, p. 29).

[88] Saluzzo, Ricordi, cit., pp. 240-241.

[89] Maria Marcella Rizzo, Potere e grandi carriere. I Winspeare, secc. XIX-XX, Galatina, Congedo,  2004. pp. 68-80, 128-130.

[90] Documento in possesso di Giampaolo Buontempo, che me lo ha gentilmente comunicato.

[91] Carlo Mele (1791-1842), Poesie di un amico degli uomini, stampate sotto la censura e pubblicate sotto la libertà de torchi, Napoli, Angelo Trani, 1820.

[92] Указатель имен // Жуковский В. А. Полное собрание сочинений и писем: В 20 т. / Редкол. И. А. Айзикова, Н. Ж. Ветшева, Э. М. Жилякова, Ф. З. Канунова, В. С. Киселев, О. Б. Лебедева, И. А. Поплавская, А. В. Петров, Н. Б. Реморова, А. С. Янушкевич (гл. ред.). — М.: Яз. рус. культуры, 1999—.. Т. 13. Дневники. Письма-дневники. Записные книжки. 1804—1833 гг., Сост. и ред. О. Б. Лебедева, А. С. Янушкевич, 2004, p. 378.

[93] Marina Di Filippo, “Il Breve annale cronologico della Russia di M. V. Lomonosov e il suo traduttore Roberto Winspeare”, AION - Slavistica, 3, 1995, pp. 351-390.

[94] Du Casse, Mémoires et correspondance politique et militaire du prince Eugène, Paris, Michel Lévy, 1858, III, pp. 26-27. Paul Pisani, La Dalmatie de 1797 à 1815: épisode des conquêtes napoléoniennes, Paris, Alphonse Picard et fils, 1893, p. 265. Crociani e Ilari, Storia militare del Regno Italico, Roma, USSME, 2004, vol. 2 Il dominio dell’Adriatico, p. 30.

[95] ASC, Sujets de S. M., cit.

[96] Cfr. la lettera con cui lo scienziato Tommaso Valperga di Caluso (1737-1815) lo raccomandava a Vittorio Alfieri (1749-1803) (Vita di Vittorio Alfieri scritta da esso. “Edizione arricchita di alcune giunte tratte dall'autografo diligentemente riscontrato, corredata di molte lettere dell'autore e dell'abate di Caluso, ed ornata di un fac-simile”, Firenze, F. Le Monnier, 1853, pp. 488-89).  

[97] ASC, Sujets de S. M., cit.

[98] ASC, Sujets de S. M., cit.

[99] D. M. a Rossi, settembre 1809 (Blanc, Mémoires politiques, cit., I, p. 375.

[100] D. M. a Rossi, [s. d.] 1811 (Corresp., IV, N. 321, p. 30).

[101] D. M. a Rossi, 22/5-3/6 1815 (Blanc ,Corresp., diplom. I, p. 77).

[102] Journal du général Fantin des Odoards, étapes d’un officier de la Grande armée, 1800-1830, Paris, E. Plon, Nourrit et Cie, 1895. [Adolphe Rochas, Biographie du Dauphiné, Paris, 1856, I, p. 310. Ilari e Bruno Pauvert, Le 31e léger, online su scribd e archive].  

[103] De Maistre a Rossi, 6/18 dicembre 1807, Oeuvres Complètes, X: Correspondance, II, N. 243, p. 338.

[104] V. Carlo Zaghi, “In margine alla campagna napoleonica del 1812. I prigionieri italiani in Russia”, Rassegna storica del Risorgimento, 1936, pp. 933 ss. 

[105] Elvis Lusa, L’esercito italico nella campagna di Russia del 1812, tesi di laurea, rel. P. Del Negro, Facoltà di scienze politiche, Università di Padova, a. a. 2002-2003, p. 136.

[106] D. M. a Rossi, 24/4 – 6/5 1813 (Blanc, Corresp. dipl., I, p. 329).

[107] V. Ilari e Davide Shamà, Dizionario biografico dell’Armata sarda, Invorio, Widerholdt Frères, 2008, p. 298. ASTO, RU 373.

[108] Eugenio De Rossi (1863-1929), Il 111º di linea dal 1800 al 1814. Fasti e vicende di un reggimento italiano al servizio francese, monografia pubblicata dalla Scuola di Guerra, Torino, Tip. Olivero e C., 1912. Il Reggimento dei “Tre Picchetti” derivava dalla 1a mezza-brigata di linea piemontese ed era poi stato alimentato in massima parete da reclute e da ufficiali piemontesi.

[109] D. M. a Vallesa, 7-19/1 1815 (Corresp., V, N. 395, p. 14); 9-21/2 e 14-26/6 1815 (Blanc, Corr. dipl., II, pp. 48 e 84). Nato a Cherasco il 24/08/1790 e morto a Ceva nel 1841, servì in Russia per 24 anni (1813-1837).

[110] Archivio del castello di Sale, consultato da Tomaso Vialardi di Sandigliano nell’agosto 2013. Figlio cadetto del marchese Luigi Guglielmo Incisa marchese di Mioglia, marchese di Sale e marchese di Castelnuovo, conte di Camerana e Gottasecca, dei signori del marchesato di Ceva (+ 1813) e di Felice Giacinta Mazzetti dei marchesi di Frinco. Il fratello maggiore Gaetano Lodovico (1779-1852) fece le campagne del 1794, 1795 e 1815 e fu ispettore di polizia a Nizza nel 1817. I due avevano come fratelli minori: Giacinto, che fu Colonnello di cavalleria, e Alberto. L’Incisa che figura sottotenente di Savoia cavalleria nell’Elenco Militare Anno 1818, (Torino, Stamperia Reale; copia in AST) è probabilmente Giacinto. "Filippo d'Incisa, marchese, conte di Camerana e Gottasecca. Ringrazio gli amici Vialardi e Davide Shamà per le pazienti ricerche.

[111] Carlo Zaghi, Con Napoleone nella campagna di Russia: memorie inedite di un ufficiale della grande armata, Milano, Istituto per gli studi di politica internazionale, 1942, con bibliografia. Nuova edizione a cura di Ernesto Damiani, In guerra con Napoleone. Memorie di Filippo Pisani. Russia 1812, Chiari, 2006. Su Pisani cfr. Bruno Giordano, Gli ufficiali della Scuola Militare di Modena: (1798 - 1820); una ricerca prosopografica, Rubbettino, Soveria Mannelli, 2008. Sono grato a Mario Corti per le cortesi indicazioni biografiche su Savoini.  

[112] Secondo Mikaberidze (op. cit., p. 351) sarebbe nato il 12 maggio 1776: ma la data è certo una svista per il 1767, che invece è attestato da Michajlovskij-Danilevskij [А.И. Михайловский Данилевский, Император Александр I и его сподвижники в 1812, 1813, 1815, 1814 годах. Военная галерея Зимнего  дворца, т.2, Е.Я Савоини, СПб, 1845, p. 2] e da Frolov [Фролов, Борис Павлович (1929-1997). Отечественная война 1812 года и заграничные походы русской армии 1813-1814 годов, (при участии В. А. Золотарева),  Москва, ИНЭС, Рубин, 2011, p. 1254].

[113] "Egli non aveva [che] una confusa idea della nostra patria, poiché l'abbandonò all'età di sette anni andando suo padre a stabilirsi a Odessa dove ebbe modo di sostentare la sua famiglia con la professione di orologiaio" (Damiani, cit., p. 208). Debbo queste notizie alla cortesia di Mario Corti.

[114] Decreto N. 1018 del 30 novembre 1811 per «В воздаяние отличного мужества и храбрости, явленных против турок при штурме укрепления Бани, 22 августа 1810 года, где первый пошел на штурм сей и чрез то, ободрив подчиненных, взял укрепление Трику и три знамя и был виновником всего успеха и одержанной над неприятелем победы».

[115] Decreto N. 357 del 28 gennaio 1814. «В воздаяние отличных подвигов мужества, храбрости и распорядительности, оказанных при атаке Гамбурга 13 января».

[116] Si veda anche Словарь русских генералов, участников боевых действий против армии Наполеона Бонапарта в 1812-1815 гг. (Dizionario dei generali russi, che parteciparono alle operazioni militari contro l'esercito di Napoleone Bonaparte negli anni 1812-1815), Российский архив,Т.VII, Mosca, студия «ТРИТЭ» Н.Михалкова, 1996, pp. 544-545.

[117] L’architetto milanese Rossi, contemporaneo di Bartolomeo Rastrelli (1700-1771) e nonno del generale di Borodino, non va infatti confuso col celeberrimo Carlo Rossi (1765-1849), oriundo salernitano, che, tre generazioni dopo, continuava a lavorare a San Pietroburgo ed è ricordato da una famosa strada dell’ex-capitale zarista.

[118] Litta fu decorato della croce di San Giorgio di 3a classe e promosso maggior generale a soli 26 anni, diventando così il più giovane generale della storia militare russa e il comandante dei prestigiosi Cavalieri guardie. La guerra però finì in pareggio, e Litta tornò brevemente alla ribalta solo quando Paolo I si proclamò gran maestro dell’Ordine di Malta. Dopo il 1801 Litta ebbe solo incarichi di corte. 

[119] Kavkazskiy plennik (Кавказский пленник) non ha nulla a che vedere con la novella di de Maistre: ma questa fu oscurata dal successo dell’omonimo poemetto, che a sua volta ispirò Lermontov e fu messo in scena nel 1823 da Charles Didelot (1767-1837), maître de ballet al Balletto Imperiale Russo, e poi da Cesar Antonovič Kjui (1835-1918) nel 1857-1885 su un libretto ispirato da Puškin, e ancora nel 1938 da Rostislav Zacharov (1907-1984) con musica di Boris Vladimirovič Asaf’ev (1884-1949).

[120] Il racconto, pubblicato nel 1995, è stato scritto anteriormente allo scoppio della guerra (11 dicembre 1994). Tre film portano quel titolo: il primo, russo-italiano, del 1911, è di Giovanni Battista Vitrotti (1882-1966). Segue uno sovietico, del 1975, di Georgij Kalatozishvili (1929-1984); e infine uno kazako-russo del 1996, ambientato nell’ultima guerra russo-cecena, di Sergej Sergeevič Bodrov (1971-2002), con Oleg Evgen’evič Menšikov (1960), vincitore del globo di cristallo al festival cinematografico internazionale di Karlovy Vary. 

[121] La Divisione del Caucaso era allora formata dai granatieri del Caucaso, dai moschettieri di Kabarda, Kazan, Suzdal e Tiflis e dal 17° e 18° cacciatori. Cfr. A. V. Viskovatov, Ufficio topografico, S. Pietroburgo, 1841. 

[122] Corti, op. cit., il quale cita Potto, Kavk. vojna, I, pp. 658-667 e R. Lyall, Travels in Russia, the Krimea, the Caucasus, and Georgia, Vol. 2, London 1825, pp. 183-184. I. O. Debu [Desbout], O Kavkazskoj linii, S. Pietroburgo, 1829, p. 183-191.

[123] Cfr. Oliver Wardrop (1864-1948), The Kingdom of Georgia. Notes of travel in a land of women, wine and song, London, Sampson Low, 1888, pp. 34 ss.

[124] Государственный Эрмитаж. Западноевропейская живопись. Каталог / под ред. В.Ф. Левинсона-Лессинга; ред. А.Е. Кроль, К.М. Семенова. — 2-е издание, переработанное и дополненное. — Л.: Искусство, 1981.

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